XXV Assemblea nazionale ANCI * Trieste 23-26 Ottobre 2008

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I temi del FEDERALISMO, dell’INTEGRAZIONE INTERISTITUZIONALE, dell’applicazione e attuazione del TITOLO V DELLA COSTITUZIONE sono stati al centro dei lavori della XXV Assemblea Nazionale ANCI svoltasi a Trieste il 23-26 Ottobre 2008.
Il dialogo interistituzionale e i costi della democrazia.
“Qual è il costo che è giusto pagare?” – domanda il presidente dell’ANCI Leonardo Domenici nella sua relazione – “Qual è l’equilibrio istituzionale utile per il sistema Paese?  Verso quale direzione far evolvere il sistema istituzionale?”  La risposta che scaturisce da queste domande è la responsabilizzazione di tutti i livelli di governo, fondata sul dialogo interistituzionale, sull’effettività del principio di sussidiarietà, sulla necessità democratica di contrastare qualsiasi tentativo di sostituire al centralismo statale un neocentralismo regionale.  Al contrario, occorre trovare una via mediana tra il regionalismo e il localismo, con responsabilità e senso delle istituzioni, con l’impegno a sfoltire gli apparati amministrativi e devolvere le funzioni ai comuni, valorizzando le gestioni associate.
Federalismo fiscale, tra Mezzogiorno e Settentrione.
Nelle conclusioni dei lavori è emerso che per quanto il ciclo economico congiunturale non sia il migliore, questo non significa che si possa dilazionare e ancora attendere prima di svolgere un lavoro compiuto sul federalismo fiscale. Il sindaco di Potenza, Vito Santarsiero, ha portato l’attenzione su un nuovo modello di welfare, fondato sul dialogo tra sfera istituzionale e sfera sociale, sull’applicazione concreta del titolo V, trovando una nuova capacità di ascolto e una capacità di uscire dalla logica distributiva dell’allocazione delle risorse, non mancando di precisare all’auditorio di Trieste che, come dimostrano i dati ANCI (IFEL, ottobre 2008), se andiamo a comparare i dati relativi al debito dei comuni per area geografica senza accontentarci dell’impressione giornalistica ma guardando davvero i numeri, scopriamo che il Nord assorbe il 49%, a fronte del 29 del Centro e del 22% del Sud, numeri che devono far riflettere. Se poi vogliamo dare uno sguardo alla situazione attuale della finanza internazionale – che non sopporta più spinte monetariste e richiede con urgenza di uscire dalla logica esclusiva delle esternalizzazioni e del ricorso al mercato – ci accorgeremo della necessità di abbandonare approcci al mercato che consistono nella privatizzazione degli utili e a rendere pubbliche le perdite. Così come è vero che vi sono servizi pubblici che sono gestiti ottimamente e non c’è motivo di cambiare assetto.
Una soluzione proposta – e urgente, data la necessità di procedere a rendiconto delle somme assegnate dai fondi strutturali per il periodo 2007/2013 – è quella di cominciare da subito a fare un censimento dei progetti cantierabili esecutivi disponibili. In questo senso, tutti i comuni – e specialmente quelli dell’ex obiettivo 1 (priorità convergenza, secondo le attuali definizioni dei regolamenti), data la loro forte relazione con i temi infrastrutturali – sono chiamati a redigere un tempestivo elenco dei progetti attualmente nella loro disponibilità, ed inviarlo all’ANCI per valorizzare le politiche di attuazione dell’Asse 6. Questo percorso di ricognizione e di costruzione di un “parco progetti” per il Mezzogiorno, oltre a rispondere ad un bisogno urgente in rapporto alle procedure di utilizzo dei Fondi Strutturali, potrebbe costituire una importante risposta del Sud ai rilievi critici posti dall’Assemblea di Trieste in rapporto alle politiche di solidarietà già al prossimo convegno di Bari.

Il dibattito: i temi, le polemiche, le criticità.
Riprendendo l’antinomia tra sussidiarietà orizzontale (=integrazione tra pubblico e privato) e sussidiarietà verticale (=cooperazione interistituzionale), LA SUSSIDIARIETA’ ORIZZONTALE, Vincenzo Cuomo, sindaco di Portici, ha introdotto la definizione, già presente nel dibattito, che comprende ambedue i termini nel concetto di sussidiarietà circolare.  Venendo ai temi attraverso i quali queste nozioni diventano concrete, Nadia Masini, sindaco di Forlì, ha parlato di priorità del welfare, che però può aver luogo solo attraverso l’esplicitazione di una chiara attribuzione delle funzioni, che ha come parallelo la responsabilità delle istituzioni.
Il sindaco di Biella, Vittorio Barazzotto, con un caustico intervento non programmato, ha infiammato la platea ponendo il problema fondamentale dell’applicazione del federalismo fiscale, considerando che i sindaci che hanno contribuito al dissesto delle loro amministrazioni vedono risolte le loro deficitarietà mediante il sistematico ricorso alla distrazione di fondi, con la premiazione delle loro carriere perché spesso questi siedono in parlamento.  Il riferimento a Catania svolto da Barazzotto non è rimasto implicito.  Purtroppo, nessuna visione differente ha trovato espressione perché l’attuale sindaco di Catania, per quanto fosse in programma come presenza tra i relatori, non ha preso parte ai lavori, né ha dato segni della presenza di sé e della città che rappresenta.  Un’occasione perduta.  Dopo aver ancora infierito sugli sprechi del Meridione, Barazzotto ha chiuso il suo intervento senza risparmiare critiche al governo, argomentando che l’abolizione dell’ICI, principale voce d’entrata per i bilanci dei comuni, non è certo il modo migliore per iniziare la nuova stagione del federalismo.
Gli interventi istituzionali.
Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera dei Deputati, ha posto l’accento sul fatto che la riforma del sistema tributario nella sua forma attuale impedisce un effettivo federalismo, talché occorre intervenire su questo punto.  Un federalismo dei cittadini, privo di un conflitto tra pubblico e privato, si può realizzare se si smettono le risposte di ordine quantitativo – le cui stime sono sempre aleatorie – ma di trasformare l’assistenzialismo in una prospettiva di crescita e di sviluppo.
Il ministro Calderoli, delega per la semplificazione normativa, con l’immancabile e prevedibile cravatta verde, ha preceduto il tema del federalismo fiscale partendo dalla necessità delle riforme istituzionali, in particolare dell’abolizione del bicameralismo e l’affermazione di una rappresentanza delle autonomie.   Se questi nodi non vengono affrontati, ha detto il ministro, il federalismo fiscale sarà semplicemente la necessità di tagliare contributi, individuando i servizi che costituiscono spreco ed impedendo che ci siano comuni che ricevono indietro il 2% di quello che prelevano in tasse, laddove ce ne sono altri che ottengono il 120%, tenuto conto, a maggior ragione, che quelli che ottengono il maggior vantaggio sono quelli che sprecano di più.  Questo non è più tollerabile.  Non è possibile che il costo di un bambino in asilo nido a Modena costi 7.000 euro e a Roma 16.000.  Occorre normalizzare e portate a costi standard.  La riforma sta nel fatto che non è possibile che l’autonomia sia esclusivamente un’autonomia di spesa.  Occorre anche una effettiva autonomia di entrata, e cioè la capacità di spendere nella misura di ciò di cui si dispone e senza sprechi.  In questo senso, ha detto ancora il ministro, Roma e Catania non sono affatto esclusive, molti interventi sono stati fatti in questo modo in passato per altre città.  Il problema è quello di definire un sistema nuovo, e interrompere la catena dell’assistenzialismo.

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