Gorgia, l’anti-Platone

Quasi tutti i Dialoghi di Platone contengono il fantasma di uno scomodo convitato di pietra. Questi è Gorgia. Non soltanto il dialogo che porta il suo nome (del resto tanto problematico da non essere stato inserito nella raccolta che Einaudi ospita nella collana Gli Struzzi) ma quasi tutti i dialoghi: dal Simposio all’Apologia di Socrate, dal Menone al Fedro, tutti sono pieni di rimandi impliciti e paralogismi che rimandano al filosofo di Lentini.

Persino il Parmenide, ritenuto la vetta della riflessione filosofica sull’idea pura dell’Essere, il significato dell’anima e del suo divenire, appare alquanto riduttivo se confrontato con il trattato di Gorgia Su ciò che non è. Questo argomento non sarebbe tanto interessante se non comportasse una riflessione complessiva sulle scelte che la cultura occidentale ha fatto nell’interpretare la grande tradizione greca.

La tesi che qui si sostiene è che Platone sia la tomba del pensiero greco in quanto negazione e sepoltura della grande tradizione misterica del pensiero antico. Il declino di questa tradizione, che Ettore Romagnoli (colui al quale si deve, agli inizi del Novecento, la ripresa delle rappresentazioni delle tragedie al teatro di pietra di Siracusa) ci ricorda avere discendenza diretta dalla tradizione sumera ed egizia, era in effetti inevitabile nello spirito dei tempi.

Eschilo è il primo dei grandi tragici, ma anche l’ultimo a mettere in scena esplicitamente la storia di un dio, Prometeo. Con lui si estingue ciò che precede il teatro, cioè il rito. Il teatro rappresenta la mania di far osservare (theatron) al popolo ciò che prima era possibile esperire esclusivamente mediante l’ammissione ai Misteri. Già Sofocle si accontenta di mettere in scena leggende umane, e con Euripide i misteri perdono la maiuscola e sono ridotti a qualcosa che confina ormai con il ridicolo.

Il sopraggiungere di Platone conduce a dileggiare gli uomini che portano la fiaccola di quel sapere antico. Gorgia, discepolo del pitagorico Empedocle, è l’ultimo gigante di questa genia. E fatalmente incontra una damnatio memoriae, costruita volutamente e artatamente prima dai nuovi pretesi filosofi e poi, con il declinare di quella decadenza, dall’insorgente forza delle religioni.

La delegittimazione di Gorgia è emblematica di questa decadenza. Le modalità con cui ciò accade sconfinano nell’insostenibile. Nel dialogo eponimo, Gorgia, Platone costruisce una serie di argomenti ad imitazione del pensiero del maestro, ma per far rifulgere Socrate nel confronto. Confronto che segue dinamiche spesso puerili nella costruzione dell’argomento, una banale arte di ottenere ragione a fronte di un avversario al quale si fa dire ciò che si vuole riportare.

Gorgia viene messo nella condizione di scimmietta ammaestrata, costretto nel testo a rispondere si o no a domande che tendono a ridurre l’insanabile abisso aperto dal nulla esiste del filosofo di Lentini ad un mero problema morale.

Il modo in cui Platone costruisce il dialogo è chiaramente sleale e arbitrario, riducendo il pensiero di Gorgia a poche battute rispetto alle tante e prolungate battute che spettano a Socrate. Inoltre, ad un certo punto Gorgia sparisce del tutto dalla scena, lasciando posto prima ad un suo irruento discepolo, Polo, e poi ad uno più solido ma egualemente fallace, Callicle.

Ciò vale a dimostrare che l’insegnare una tecnica di persuasione a degli allievi incerti è un errore e così demolire, per interposta persona, il vero bersaglio. Per farlo, al posto della filosofia del vuoto come infinita possibilità, che è il vero e ineguagliabile insegnamento, si oppone la restrizione di un universo morale. Tutto ciò senza voler vedere né far vedere in alcun modo il vero insegnamento di Gorgia, che consiste, come comprenderà Nietzsche, nell’andare Al di là del bene e del male.

Peggio di Platone i moderni. Giuseppe Zanetto, nell’introduzione all’edizione Rizzoli, giunge a considerare quel Nulla esiste, che è la vetta del pensiero di Gorgia e che surclassa da ogni punto di vista quel Tutto è uno che Platone attribuisce a Parmenide, come qualcosa per cui “…lascia pensare che Gorgia fosse il primo a non prendere troppo sul serio questo ragionamento”. L’argomento di Zanetto è francamente patetico. Sembra di sentire Geymonat quando scrive nella sua enciclopedia filosofica la voce “Orfismo”. Riferendo poi dei testi didattici Encomio di Elena e Apologia di Palamede, Zanetto insiste con l’abuso, sostenendo “La levità stessa del tema, oltre all’inconsistenza delle affermazioni, fa chiaramente intendere che si tratta di nulla più che di arguti passatempi”.

Il sospetto che ci sia una mala fede filosofica si fa strada negli scritti di Platone sovvertendo e insieme riaffermando l’assunto di Gorgia: che il Logos, discendendo dalla condizione metafisica del Nulla in quanto Essere (e non certo l’Uno di Parmenide che non può essere, ma solo esistere in quanto ente determinato), finisce con il pervertirsi e fornire ragione anche a chi più può essere in torto. E questo in quanto è nella funzione divina della Necessità (l’orfica Ananke) che anche ciò che più è lontano dalla verità possa trovare argomenti di verità per essere reintegrato. Concediamo dunque ragione non soltanto a Platone, ma persino a Zanetto. Ma sì, anche a Geymonat e al suo disprezzo dei Misteri. O alla dissimulazione borghese di Emanuele Severino di questi presocratici. (Ma se proprio dobbiamo preferire qualcuno tra i moderni, allora evochiamo il nome di Giorgio Colli).

Infine, o meglio, in chiusa provvisoria, la contesa filosofica tra chi ha la pretesa di conoscere la morale del bene e del male e chi non la riconosce se non come menzogna, è sempre una condanna per chi insegue un pensiero più complesso.

I discorsi di Gorgia su Elena e Palamede spiegano tutto questo già al livello degli uomini (Platone non manca di saccheggiare Gorgia per utilizzare l’argomento principe della difesa per la sua Apologia di Socrate).

Tra i moderni, bisogna attendere Nietzsche per vedere come chi voglia prendere queste ragioni, come minimo, viene buttato fuori dall’università. Andare al di là del bene e del male non è perdonato. Ma è necessario. A chi vuol comprendere. A chi cerca la conoscenza.

Gorgia
Trobar Clus

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