Figghi di carta e A.

Recensione alla nuova raccolta del poeta operaio Giovanni Canzoneri.

  1. Cominciamo dal titolo

Figghi di carta li chiama, i suoi libelli. Piccoli libri nel formato, grandi nel desiderio e nel proposito. Libelli ribelli: che Giovanni Canzoneri si definisca “poeta operaio” non è un dettaglio estetico, né un calcolo da offrire all’algoritmo. È una definizione oggettiva, testimonianza nel presente che, per raggiungere un coscienza di sé, occorre anche avere la capacità di definirsi in rapporto al proprio posto nel mondo, alla posizione che si occupa: quel che un tempo si diceva coscienza di classe.

Di questi Figghi di carta c’è particolarmente bisogno in un mondo che si dichiara post-ideologico per convincere i benpensanti – ma anche i malpensanti come noi – che le ideologie non esistono più e soprattutto non servono a niente. Sbaglieremmo di grosso a pensare d’essere immuni dal mainstream de ‘miricani, come li chiama Canzoneri, specialmente oggi che la presunta sinistra è tanto capitalista quanto la presunta destra (sarebbe interessante parlare del vaneggiamento di una destra anticapitalista in Ezra Pound, ma andremmo fuori pista).

  • 2. Proseguiamo con l’estetica

Dell’autenticità di Canzoneri è animato anche l’inchiostro della prefazione di Cesare Basile che si domanda: “Uno che finisce il turno in fabbrica e apre il quaderno per fissarci la rabbia, la nostalgia della terra, la sete della lingua di sua madre… Cos’è uno così? E, soprattutto, cosa vuole?” La domanda è più interessante della risposta, come spesso accade. Del resto, se il materialismo alla Bakunin non ha del tutto prosciugato le riserve auree del pensiero di Malatesta, l’Avvenire con la maiuscola è un sentiero ascendente spirituale, difficile da comprendere per le componenti residuali del non-lavoro che viene dalla rendita, ma necessario per chi deve costruirsi, a margine del tempo venduto al salario, i suoi spazi di libertà.

Risolto il problema della rappresentazione di sé con le stesse parole di Canzoneri che, nel sogno in cui incontra Ignazio Buttitta (Brindoli, picurino e figghi di carta), il poeta di “Lu trenu di lu suli” lo guarda con perplessità: “Vistutu ‘miricanu, cu l’aricchi a culapasta”. Canzoneri fa qui un’onirocritica a sé stesso, e risolve il tema attraverso la sincera necessità del suo esprimersi che non è legato a una funzione d’utile, ma esclusivamente ad un moto interno dell’anima, un moto verso la libertà.

  • 3. Affrancamento dall’algoritmo

Perché la pista dei Figghi di carta – di cui il testo omonimo è il più recente della costellazione che procede da La Rivolta dei Santi, Scrivu picchì, Sonetti Ribelli, Figli della stessa Madre, Chiddu chi sentu, Occhi di picciriddi – è manifestazione non della volontà di rappresentazione di sé nello schema manierista del “poeta divo post-moderno”, ma di autentica necessità espressiva. Uomo del suo tempo, Canzoneri non è immune rispetto allo schema, ma almeno non ne è prigioniero e perviene sempre a cimentarsi con la poesia per il tentativo sincero di fissare un’importante memoria tentando di cooperare per la saldatura intergenerazionale.

Attraverso le righe di questi Figghi di carta, l’eventuale cronologia è lasciata alle note a pié di pagina. La parola poetica lavora al di sopra delle barriere spaziali e temporali e costruisce un mondo in cui Sacco e Vanzetti camminano braccio a braccio con Goliarda Sapienza e Maria Occhipinti, Pietro Gori e Pino Pinelli con Virgilia D’Andrea – come nella poesia Oh! Cara Matri – o Peppino Impastato con Rosa Balistreri (Lu dutturi Chiavarello) e il Leone di Collesano (Bagaria Libirtaria), generando un vortex entro il quale ciò che conta è l’anelito alla libertà.

  • 4. Vorticismo trigambe e musicalità

Il vorticismo di Canzoneri, per ripetere e chiarire assonanza e dissonanza con l’eventuale accostamento al vortex di Pound, è un turbine in cui gli ultimi, gli operai (Caru patruni), i carcerati (la già richiamata Oh! Cara Matri), gli emigrati (Finu a chi campu!) sono parte integrante della storia del mondo. E lo sono quanto e più dei potenti che, dal punto di vista del viaggio dell’anima, sono soltanto minoranza effimera e simulacri di vana ipocrisia.

Inapplicabile alla poesia di Canzoneri, proprio perché sottratta al dominio dell’utile, l’eventuale diade mipiace/nonmipiace: inessenziale, viene lasciata al mondo inutile. Se mai, esaminando la cassetta dei ferri del mestiere, si dovrà fare una breve nota sul ricorso prevalente alla quartina, tuttavia giustificabile in quanto consona alla poesia popolare, come anche certe concessioni alle rime baciate interne, assolte per assonanza filologica. Sulla musicalità di certi passaggi abbiamo altrimenti altrove riflettuto anche traendo esempi di canzone possibile o implicita nel testo (Scirocco, su frammenti da Ciavuru e Viaggiu Amurusu, in Scrivu picchì).

  • 5. La parola antagonista al potere: parlare facile e parlare difficile

L’interesse per la parola affiora sistematicamente, dall’onomatopea d’antica Ninna-nanna, passando per le radici greche del “matacubbio” (Ciuri ‘nto ‘ncimintatu), all’etimo arabo di Bagheria, “porta del vento”. Parlare difficile non è un essere contro il popolo: al contrario, è invitare alla diffidenza, a capire che bisogna sapere di più per non farsi fregare. Peppino De Filippo soleva dire: “Le parole sono là, non costano niente. Appropriamocene e saremo più liberi”.

Canzoneri, in una nota, racconta il ritrovamento del suo nome tra i documenti della Scola Poetica Siciliana. Ed anche qui, lo fa con il candore di chi cerca una conferma a un ipotizzato destino. Dichiaratamente, si fa portatore di una battaglia difficilissima, che già Buttitta diceva impossibile: “Mi n’addugnu ora, mentri accordu la chitarra du dialettu, ca perdi na corda lu jornu”.

Interessante ed apprezzabile l’esercizio di stile sulla rivisitazione di un sonetto anonimo settecentesco, che anche qui conferma di non essere fine a sé stesso, perché la ri-scrittura è ri-ideologizzata come Lamento di ‘n upiraiu.

6. Epilogo come “Nottola di Minerva”

La verità è nella poesia: non in quella scritta, ma in quella che lo scritto fa intuire. È la manifestazione dello spirito nella storia, collettiva e personale. E questa cosa, questa verità spirituale, questa legge della coscienza ha un nome che il popolo non è pronto a capire, ingannato com’è dal potere: “Lu pinseri è l’A. e versu di idda camina la storia“.

[DaCri]

Figghi di carta, di Giovanni Canzoneri, Edizioni Sicilia Punto L, 2025

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