La Rivolta dei Santi. Annotazioni sulle morti sul lavoro. Memorie di un operaio, poeta e contastorie libertario, un trovatore del nostro tempo.

La lettura di La rivolta dei santi ed altri racconti di Giovanni Canzoneri è narrazione di memoria, traccia antropologica indistinguibile dalla poesia. Con linguaggio ottocentesco, questi racconti potrebbero esser detti poemetti in prosa con pensiero obliquo che, dalle ascendenze baudelairiane de Le spleen de Paris per sciasciana trasposizione ad Alfabeto pirandelliano, giungerebbe alla volontà dell’archigeta di Campofelice di Roccella, celebrato nell’ottava del poeta Zeno Rannici Viganò, di cui il nostro autore riporta in corsivo versi in rima baciata indicandone l’anno di composizione, che è il 1712.

Approdando a questo maltrattato XXI secolo, il linguaggio scelto da Canzoneri è un siciliano fantastico, intuito più che pensato, fatto di voci di dentro più che dell’emulazione della maniera convenzionale, e trova in Giacomo da Lentini e nella Scola Siciliana i suoi tòpoi inconsci che passano volontariamente o involontariamente per la superficialità profonda di Camilleri, per farsi svelamento di inganni di apparenze senza perdersi in profonda superficialità, a meno di non cogliere la possibilità dell’inversione e del vice versa che ridisegna le dimensioni verticale e orizzontale in una prospettiva non facile da spiegare senza l’apparizione di un anti-Edipo, la sovversione del mito greco e l’omerica omertà sul parricidio subìto da Ulisse.

Leggendo i racconti, esplorata la sapidità delle espressioni e l’autenticità del bisogno insopprimibile di raccontare e di far parlare queste voci di dentro, se il lettore si chiedesse: “ma cosa vuol davvero dire Canzoneri, scrivendo?”, a questa domanda la risposta che trovo più aderente è il senso della tradizione popolare, l’istanza di estensione della coscienza. Il racconto I cavaleri di Ruccedda è l’espressione più nitida per dare consistenza a questa risposta: per il tema, che scaturisce dalla necessità di dare memoria alla tragedia della morte sul lavoro di tre giovani, e per le parole e la sintassi che restituiscono la materia pericolosa del lavoro di una fonderia: «Squagghia ‘u feru ‘ntà quartara / squagghia e pari viva lava / squagghia e scinni…»

Non c’è niente da fare: una religione di campagna, oscura e sensuale, s’innesta fatalmente anche entrando in città, nella Palermo del racconto della posseduta: «…allatò anticchia ‘a testa e s’addunò ca suor Ninetta era sdivacata ‘nterra e dù vrazza la strascinavanu». La storia successiva, quella di «…Tanino Genovese, ‘ntisu ‘a jatta», s’invola nel campo dei delinquenti, di quelli che parlano ‘a baccagghiu: non si può essere da meno nel non dire; l’arte va esercitata, e non descritta: così anche il bagliore della recensione critica. Se certe frasi non si capiscono, dobbiamo farci “più fini”. Ho parlato complicato? No. Anch’io parlo ‘a baccagghiu, ma questo lo dico chiaro: la poesia, il teatro, la cultura, a questo servono: a nun farisi fúttiri de’ patruna. 

Operaio, poeta e contastorie libertario si definisce l’Autore. Quanto è importante questa notazione! E quanto è prezioso decifrarne lo spirito!

Perché c’è stato un tempo in cui si credeva che portare il teatro in fabbrica avrebbe contribuito a sviluppare la coscienza, a fare in modo che le classi subalterne potessero comprendere di più il senso delle cose e pretendere maggiori diritti, minore orario di lavoro, maggior tutela della sicurezza, insomma, tolto l’inganno del pil e della produttività, le uniche strutture di senso che presiedono alla verità sociale che soltanto definisce il progresso.

Questo tempo, quello di Bertolt Brecht e di Erwin Piscator, quello di Dario Fo, Franca Rame, Tony Cucchiara, Lina Wertmüller ormai è passato, archiviato e annichilito dalla narrazione senz’anima dei programmi della tv spazzatura. Tuttavia le morti sul lavoro non sono affatto “un ricordo del passato” e se anche forse ormai nessuno conosce una poesia come La mano nell’ingranaggio di Ada Negri, questo purtroppo non significa  che non ci sia una terribile attualità del tema.

In questo mondo de-ideologizzato dalla modernità liquida del capitale, sarebbe opportuno riportare il dibattito sulla proprietà dei mezzi di produzione, sarebbe doveroso rivedere le scelte di fondo dell’economia e del capitalismo, sarebbe necessario discutere se è davvero progresso quello che propongono le direttive comunitarie quando privilegiano il concetto di competitività a quello di solidarietà, quando si dice concorrenza e s’intende privatizzazione: e tutto questo non viene detto, non viene fatto comprendere, viene reso ottuso dalla comunicazione istituzionale, dallo smantellamento delle strutture dell’istruzione pubblica, dall’irretimento che le comunicazioni di massa esercitano con le loro pretese verità, idiote e omologanti.

Ecco perché è importante ascoltare la voce di chi dissente, di chi ingaggia la battaglia della comunicazione simbolica, del racconto e lo fa dicendosi operaio, poeta e cantastorie libertario. Sono questi i trovatori del nostro tempo, coloro da cui si può attendere la scintilla di qualcosa di nuovo, l’accendersi dell’antica fiammella della libertà, in attesa che sorgano la Stella del Mattino e il Sol dell’Avvenire.

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