Sulla morte dell’intellettuale

L’intellettuale non c’è più. Tenendo in mano un teschio di capra, intoniamo un canto funebre per questa figura ormai scomparsa, sostituita definitivamente dal suo sedicente erede, un malriuscito uomo di spettacolo: il polemista televisivo. E’ solo a costui che oggi viene conferito il titolo di intellettuale, generosamente elargito dalla massa ignorante e consistente per numero e per inerzia. Il giudizio della massa non è assentito, quanto piuttosto indotto dalle posizioni che nella cultura occupano un potere: in questo modo si esclude la possibilità di intellettuali indipendenti o, come diceva Pasolini ribaltando il concetto di Gramsci, disorganici.

Il resto va differenziato per gradi: perché alcuni scrittori tendenzialmente ignoti alle masse, o altri artisti e filosofi trovano margini di accreditamento presso categorie ristrette per cerchi concentrici e di diametro che progressivamente si riduce, tra le classi più colte: ma anche qui il criterio è in primo luogo l’appartenenza e, in fondo, è giusto che sia così. E’ legge antropologica, si chiama cooptazione. Il (la) giovane che abbia talento, tenti quando l’età permette ancora legami non troppo consolidati con il territorio, altrimenti si rimane prigionieri del proprio cerchio. E tuttavia, anche nel proprio cerchio, si può esprimere una relazione intellettuale.

domande dal pubblico inferocito

Si può? O si poteva? O non si è mai potuto?

Si può tentare di rispondere a queste domande soltanto per ipotesi di approssimazione.

Seguendo Gramsci, il famoso passo dei Quaderni dal carcere che delinea l’identità e il ruolo dell’intellettuale organico in opposizione a quello dell’intellettuale tradizionale, troviamo la chiarificazione del fatto che non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens, e che deve affermarsi un’intellettualità diffusa, la nuova specie di un intellettuale di tipo nuovo, non separato per mestiere e appartenenza di classe dal resto della società, ma proveniente da questa e legato al compito di costruire attivamente la sua emancipazione. 

Viene in mente il Pasolini che parlava di nuova preistoria in certe sue opere, permettendo di intravedere non sappiamo se la fine di quell’epoca o forse un inabissamento nuovo. Da un certo punto di vista, le nuove tecnologie permettono di esprimere questa nuova intellettualità; nello stesso tempo, la opprimono, perché contenuti intellettuali e contenuti ridicoli sono posti sullo stesso piano, livellando i contenuti verso il basso. Dobbiamo quindi prepararci alla barbarie?

Si, in politica il livellamento verso il basso è la nuova barbarie. Si sa, il popolo sceglie sempre Barabba. Certo, il liberismo mascherato sotto il velo di zucchero dei diritti umanitari non è più sostenibile, come abbiamo descritto, da ultimo, in Perché andiamo indietro e in Patto di stabilità interno. Ma non ci sentiamo di evocare fantasmi del passato come il totalitarismo ammantato di tradizionalismo che propongono come Quarta teoria politica (in uscita domani). L’errore del passato non diventa verità per il solo fatto di essere giustificato dall’antichità della sua concezione. L’errore del passato è quel che è: un errore tramandato da cui dobbiamo liberarci. E’ necessaria una nuova elaborazione. Può essere la tecnologia utilizzata come strumento educativo? No, se il criterio è il successo. Si, se si setacciano quelle persone che amano le cose belle della vita.

Per fortuna, di intellettuali di questo tipo ce ne saranno sempre, adatti a rispondere a questo genere di definizione: “Persona colta, che ha il gusto del bello e dell’arte o che si dedica attivamente alla produzione letteraria e artistica; ma anche individuo che svolge attività lavorativa di tipo culturale o nella quale prevalenti sono la riflessione e l’elaborazione autonoma“. Quindi, non tutto è perduto. Anche se lo stato di diritto annega nel diluvio neo-liberista e le nubi a nord-est annunciano una tempesta che ha già colpito gli Stati Uniti e ora rischia di colpire un’Europa che ha da tempo perso identità e sincronia sulla sua vera funzione.

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