Troiane. La più tragica delle tragedie.

Dire di Troiane significa dire della disillusione. Tutta la retorica dei Greci – saggi filosofi che conquistano il mondo attraverso la civiltà e mai con la violenza – cade. Senza possibilità di revisione, l’inganno si manifesta innegabile e sostantivo.

È dentro questo crollo della narrazione occidentale che la messinscena delle Troiane di Daniele Salvo trova il suo punto di massima forza.

Tutto il resto è aggettivo insostenibile, definitivamente infondato, falso come le menzogne del famigerato Ulisse: non a caso eroe dell’occidente esportatore di democrazia, astuto fondatore della modernità che non teme di dire una cosa e il suo contrario pur di stare al comando.

Troia è una città che adora gli stessi dèi dei greci. Ecuba, la regina madre di Paride, di Ettore, di Cassandra, di Polissena, sente lo strazio di questa sconfitta e delle sorti che toccheranno, ancor più che a lei, ai suoi figli.

La tragedia di Euripide è difficile, anzi difficilissima, per chi la deve portare sulla scena: l’apparizione di personaggi come ombre su questa città in fiamme, evocati dal filo del destino che passa per le mani di Ecuba, non offre grandi strategie d’azione e tuttavia la soluzione registica di Daniele Salvo riesce – mediante l’uso sapiente del coro, con continui fermenti e impercettibili transizioni di immagini – a trasformare il succedersi dei racconti.

Racconti privi della mediazione degli dèi. L’intercessione salvifica fra il divino e l’umano, che ancora sostiene Eschilo e Sofocle, in Euripide si è dissolta. Gli dèi non sono più realtà della mente collettiva dei greci, ma pure astrazioni che non rappresentano più niente. Ecuba pronuncia questo vuoto, questa assenza: e denuncia definitivamente e senza schermi la crudeltà del potere.

Il destino di Cassandra, al confronto delle sorti toccate a Polissena – giustiziata mentre piangeva sulla tomba di Achille – sembra persino lieve: concubina di Agamennone, deportata in terra altrui, ma con una possibilità ancora di vivere. Così Ecuba (una Melania Giglio che interpreta il ruolo con potenza siderale, fino a stordire) argomenta con senso delle cose e della vita, pragmatica, ancora protesa a sostenere che vivere è comunque meglio che morire, perché nel vivere c’è ancora una possibilità. Così dirà anche ad Andromaca, moglie di Ettore. Ma anche questa tesi è destinata a crollare, perché proprio questo verrà impedito e nel modo più spietato.

In questa società decadente, dove non c’è bisogno di nessuna aggiunta per ritrovare interamente il nostro presente, mancano i filtri. Non ci sono ideali, non ci sono costruzioni della mente, non ci sono le ragioni dell’anima. Non c’è nulla: ma c’è il potere personale, schietto, cinico, diretto e attuale, che si esplica con l’intervento devastante sulla vita degli sconfitti. Con la guerra di Troia gli amerigreci hanno distrutto definitivamente l’arcadia, la magia orfica e il mondo archetipo da loro stessi inventato come sistema di regolazione del mondo. Ecco: tutto questo non è più credibile: Ecuba lo denuncia a più riprese, lo ripete fino all’estenuazione – con riverberi scenici che ondeggiano tra il lirismo arcaico del coro greco e il Novecento della phoné di Artaud -: non ci sono più dèi cui rivolgersi, ci sono soltanto umani desideri di potere che inducono alla più efferata crudeltà.

L’espressione più atroce arriva con la scelta di Menelao di togliere dalle mani della madre Andromaca il figlio di Ettore, Astianatte, per tema che un giorno, forse, questo piccolo e inerme bambino avrebbe potuto desiderare di vendicare l’eroe suo padre e scagliarsi contro il nuovo detentore del potere. Il potere ha deciso. I gendarmi lo scaglieranno dall’alto delle mura di Troia. A Ecuba viene riconsegnato il corpicino dilaniato, che lei invano cercherà di ricomporre con brandelli di tela. La scena è straziante e, nella resa recitativa, ha indotto sgomento e cordoglio tra il pubblico raccolto e partecipe del meraviglioso teatro di Morgantina.

A questo punto, l’apparizione di Elena – di cui il testo di Euripide dimostra di apprezzare la capacità retorica di porre le proprie ragioni, cristallizzandole nel monologo d’apertura della scena – segna un carisma, un crisma e un discrimine tra il verosimile e il vero. L’affabulazione di Elena infatti può scuotere un uomo infondato come Menelao – tanto crudele quanto vano – ma nulla può contro le ferree argomentazioni di Ecuba.

Più che una tragedia sulla fine di Troia, questa messinscena restituisce la nascita del nostro tempo: il momento in cui gli dèi tacciono definitivamente e il potere rimane solo con se stesso, senza più alcun fondamento che non sia la forza. Per questo le Troiane continuano a parlare con impressionante precisione al presente, e lo spettacolo di Daniele Salvo riesce nell’impresa più difficile: fare di Euripide non un classico da celebrare, ma un contemporaneo da ascoltare.

Tragedia bellissima e intensa, con interpretazioni da segnalare (Valentina Corrao, Cassandra; Marcella Favilla, Andromaca; Simone Ciampi, Menelao; Taltibio, Michele Lisi; Giancarlo Latina, Poseidone; Francesca Mària, Atena; Rosaria Salvatico, Elena. Coro composto da: Elisa Zucchetti, Matilda Farrington, Rosaria Salvatico, Carlotta Mangione, Beatrice Ronga, Giulia Sanna, Francesca Mària, Marcella Favilla, Giancarlo Latina, Simone Ciampi). Una nota speciale anche per la scenografia e specialmente per il cavallo di Susanna Messina. Costumi di Daniele Gelsi. Luci di Elvio Amaniera. Fonica di Angelo Zizza. Aiuto regia Matteo Fiore.

Produzione Michele Di Dio Management – Associazione culturale DIDE.

Lo spettacolo costituisce una gemma incastonata nella rassegna EYEXEI voluta dal Parco Archeologico Morgantina, Villa Romana del Casale – Piazza Armerina e Comune di Aidone e da Michele Di Dio Management (Vedi articolo Presentazione alla Sala Rossa del Palazzo delle Aquile – Palermo)

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