Prometeo

Non ci sono parole per Prometeo. Tra tutte le tragedie che ci provengono dal mondo antico è l’unica che narra interamente del mondo degli dei.

Eschilo osa questo racconto in modo diverso da quello che fa lui stesso in altre tragedie che riguardano le grandi stirpi del passato e i loro umani destini: che si tratti degli atridi o dei labdacidi, per quanto dinastie regali, restano pur sempre dentro il perimetro delle umane vicende.

Prometeo no, perché non è racconto di vicende umane. Nessuno tra i personaggi che ne inscenano il racconto è umano: non lo è Oceano, non lo è di certo Hermes, né la giovenca Io, né possono esserlo le fluenti Oceanine. Non lo sono nemmeno Efesto, che forgia le catene della prigione di Prometeo, né Kratos né Bia, espressioni pure e terribili del potere e della forza senza intelletto. Non lo è nemmeno Ananke, che manifesta l’essenza della Necessità. Ecco perché Prometeo è una tragedia diversa da tutte le altre: non riguarda vicende umane, ma ciò che sta prima di loro.

Sotto il profilo filosofico, si potrebbe dire che è il punto di frattura – più che l’ anello di congiunzione – tra il mondo delle teogonie orfiche e la nuova tragedia che seguirà.

È l’unica in cui il mondo degli dei non è una proiezione di desideri umani come in Omero o nella decadenza euripidea, ma un antefatto compiuto e irrefutabile di qualcosa che ci antecede e che addirittura ci irride, definendo gli uomini come effimere “creature di un giorno” ponendoci di fronte a una realtà e ad un destino che ci trascendono ci sorpassano ci surclassano in un modo che non possiamo nemmeno immaginare di comprendere.

Prometeo, Io, Oceanine

Ecco perché non ci sono parole per Prometeo. Ma ci sono le parole di Prometeo. C’è il monologo più importante della storia del teatro antico. C’è il ricordo del tentativo epico di ribaltare il trono di Zeus, il sodalizio con Atlante, che sarà soggiogato sotto i monti dell’Africa; e di Tifeo, che sarà schiacciato sotto l’isola di Sicilia. C’è una geografia del mito di cui siamo parte e che si manifesta come in un tellurico sussulto della coscienza, che non dovrebbe così rapidamente esser sopita.

Daniele Salvo, con le sue scelte registiche, mantiene presente e vivo il fuoco sacro della tradizione, accendendo le sue torce a Catania – fors’anche in contrapposizione a certi eccessi postmodernisti visti a Siracusa in stagioni recenti e recentissime -: e lo fa costruendo artigianalmente la gabbia prismatica del Titano e cucendo sartorialmente la sua stoffa intorno agli attori, con purezza di metodo e di stile.

Ne scaturisce, all’interno del Teatro Antico di Catania, un’evocazione credibile e avvolgente, che accompagna in ciascuno non soltanto la catarsi inconscia ma anche il contatto atavico con le pietre di nero basalto che nascondono e avvolgono la presenza del fuoco sotterraneo senza mai farla dimenticare e i bianchi marmi di una grecità carsica come il fiume Amenano che proprio qui sulla scena affiora dal sottosuolo, a far presentire il filo aureo che collega questi racconti ai misteri delle stelle.

Prometeo: Giancarlo Latina
Io: Melania Giglio
Oceano: Michele Lisi
Efesto, Hermes: Simone Ciampi
Le Oceanine: Marcella Favilla,
Francesca Mària, Valentina Corrao,
Beatrice Ronga, Cinzia Cordella, Elisa Zucchetti, Carlotta Mangione
Ananke, il Destino: Salvo Lupo
Assistente alla Regia: Matteo Fiori
Costumi: Daniele Gelsi
Scene: Fabiana Di Marco
Responsabile Tecnico: Elvio Amaniera
Consulente Illuminotecnica: Massimo Di Stefano
Fonico: Angelo Zizza
Produzione Associazione Culturale DIDE
AMENANOS FESTIVAL 2026

In scena al Teatro Greco Romano (Via Vittorio Emanuele II, 266) 29, 31 maggio e 1 giugno 2026. [1, 2]

  • Regia: Daniele Salvo
  • Biglietti e info: Puoi verificare la disponibilità e prenotare il tuo posto sulla piattaforma Tickettando. [1]

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