L’interpretazione che dà Melania Giglio di Medea contiene elementi oltremontani: si avverte la natura non greca ma iperborea, selvaggia e indomita della Colchide, terra natia di questa principessa che si pretende di stirpe divina, discendente dal Sole.

I suoi monti sono le cime della catena del Caucaso, là dove Prometeo è incatenato. Proprio da questo Cronide avrebbe ricevuto il dono più prezioso: il vello d’oro, manto che avvolge l’archetipo sottostante e lo rende invisibile nonostante il suo ripetuto esondare ed esplodere.
Il vello d’oro: ciò di cui gli Argonauti intendono impadronirsi. Tra loro è Giasone l’eletto, il prescelto per un amore troppo intriso dei fumi del potere per non soccombere ad una ragione strategica e a un destino fatale e tragico.

La scelta di non di trattare il testo di Euripide bensì quello di Seneca – che potrebbe indurre a pensare a una formulazione più lieve, più lontana dal sacro antico e prossima invece a una dimensione di commedia – al contrario accresce il senso di tenebra e cinge la protagonista in un inviluppo che si stratifica, si aggroviglia si contorce e, con il progredire della narrazione, diventa inestricabile.
La macchina del racconto e della macchinazione farneticante dei propositi di vendetta, scavano un abisso nel nero. L’invocazione magica di Ecate è un vertice ipogeo: qui si nasconde la luna sotterranea, la luna assente, la luna che ha perso ogni contatto con la mente illuminata ed è irrevocabilmente stabilita nel disegno lucido e razionale di respingere ogni verità e attuare il terribile progetto.
In fondo alla tensione di questo dramma viscerale, i registri vocali dell’attrice protagonista fanno da sismografo alle tensioni sotterranee. È una Medea prometeicamente scientifica, che gioca con consumata abilità le variazioni timbriche e i cambiamenti di spettro stilistico, che incanta con improvvisi ritrovamenti di quotidianità colloquiale e repentini sprofondamenti ctonii, svelando, velando e rivelando il mistero della phoné.

Le scelte registiche di Daniele Salvo sostengono il vortice della protagonista accendendovi intorno fuochi mobili, agitando fiamme roteanti, trasformandole in movimenti acquatici quando è il momento di rievocare la nave su cui viaggia Giasone con i suoi sodali: perché l’acqua è un’altra forma del fuoco, come sembrano dire i riverberi dell’Amenano, il fiume sotterraneo che affiora proprio qui, sul boccascena del teatro antico di Catania.
A raccontare un viaggio invisibile e inesauribile.
Traduzione e adattamento di Daniele Salvo e Melania Giglio
Regia di Daniele Salvo
Medea Melania Giglio
Giasone Michele Lisi
Creonte Alfonso Veneroso
Nutrice Marcella Favilla
Coro Simone Ciampi
Francesca Maria
Cinzia Cordella
Salvo Lupo
Assistente alla Regia Matteo Fiori
Costumi Daniele Gelsi
Musiche Marco Podda
Ideazione Scenografica Fabiana Di Marco
Responsabile Tecnico Elvio Amaniera
Consulente Illuminotecnica Massimo Di Stefano
Fonico Angelo Zizza
Associazione Culturale TETIDE
in collaborazione con Ass. Culturale DIDE
Catania, Teatro Antico, 28 Maggio 2026
