Proserpina

Dopo il rutilante canto di Marte dei Sette contro Tebe, nel più misconosciuto tra i Teatri Antichi, va in scena il racconto lunare di Proserpina. E nuovamente l’incantesimo si compie.

Costruito sul florilegio di suggestioni raccolte da Alessandra Salamida (protagonista in scena) il testo è stato lavorato, sciolto, dissolto e nuovamente intessuto nel confronto con la regista Cinzia Maccagnano, per offrire una riflessione che vira al femminile l’analisi dei temi e le modalità dell’azione.

Nel teatro di pietra ecco rivelarsi una mitopoiesi delle origini stesse della terra e delle rocce su cui sediamo, cause profonde del nostro essere qui. Se la Megale Hellas (cioè l’Italia meridionale, dove vissero Parmenide e Pitagora, Melisso e Zenone) è la terra dei filosofi, per i Greci la Σικελία è isola a sé: è il luogo del mondo sotterraneo, misterioso abisso in cui muore il Sole.

La cifra di Proserpina è allusione ai Misteri di Eleusi, il sapere segreto con cui i Greci trasformarono la Sicilia stessa, plasmando templi e teatri e così le anime. Ma i testi rituali non sopravvivono che in frammenti e, soprattutto, sono avulsi ai contemporanei. L’antropologia teatrale, corrente carsica del teatro del Novecento, lo ha dimostrato: prima del teatro (teatro deriva dal verbo θεάομαι, osservare) c’è il rito. Ma il rito non è più rappresentabile; la nostra contemporaneità non può contenerlo.

Cosa fanno allora la Maccagnano e la Salamida, le tessitrici di questa Proserpina? La loro declinazione al femminile si lega in primo luogo alla terra, rivelando l’ontologia del luogo: custodire il corpo di Tifone sotto l’Etna, cuore pulsante dell’isola di Sicilia. Questa oscura dimora è anche il regno delle ombre, di ciò che è e non è. In questa dimensione si svolge la discesa della giovane donna al regno sotterraneo, che passo dopo passo si stratifica in labirinto, al battere di un tamburo, ditirambo nascosto dell’identità tra Dioniso e Ade.

Questa geografia dell’anima e della psiche ci dà atto di tante ragioni. Ma non è abbastanza: perché se Ade (interpretato con misura da Massimo Di Michele) è un re, è però il sovrano di un regno dei morti, che non ha vita, che non esiste in realtà. Tutta l’isola prende queste tinte oscure: troppo sole brucia le messi, troppa acqua le macera. La Sicilia tutta come luogo della non-esistenza, dove vivere è impossibile, tanto che il presente divora il futuro.

Per i Greci, ψυχή (psiche) è anima. Il gran tema nascosto nella psiche è il viaggio dell’anima, che non può compiersi senza amore. E per amare occorre apprendere ad amare la parte oscura, amare la propria ombra. Così la storia della giovinetta Kore che, rapita nell’atto di cogliere un fiore, viene trasportata nell’abisso, è rito di passaggio: affinché Kore possa divenire Regina degli Inferi, dovrà apprendere ad amare. Non c’è nessuna dannazione: infero è ciò che sta sotto. Ciò che più ha bisogno d’amore. È un regno da conquistare. Un regno dell’anima.

Demetra (Valentina Ferrante), la madre che cerca la figlia, è il volto della luna piena, il segno delle messi, quei cereali che sono la vera ricchezza; ma anche qui il simbolo lunare non ha un significato solo: e il melograno, che segna un patto voluto e non voluto, ha la consistenza diafana e sanguigna del volto cinereo della luna assente, la terribile Ecate che vuole e che non vuole.

La metamorfosi nella volontà è il momento in cui il dubbio sulla propria esistenza si risolve: ed avviene quando Proserpina prende coscienza che la sua vita è parte di un sistema più grande. Ecco allora apparire il Sole (Alessandro Mannini), Mercurio (Alessandro Romano), la vita sulla terra. La manifestazione si compie echeggiando il moto di rivoluzione e di rotazione degli astri come nelle danze sufi. Il canto delle donne (il coro formato da Rita Abela, Giulia Diomede, Ginevra Di Marco, Gaia Bevilacqua, Maria Chiara Pellitteri) fa vedere il femminile nelle diverse proiezioni: le dolci fanciulle che raccolgono fiori presto si trasformano in Erinni, le ombre dell’abisso facilmente risorgono alla vita. È la ruota della vita, concezione delle stagioni, compimento di ogni ciclo, concepimento, generazione e perire di tutte le cose, che restano in vita solo per amore.

Sembra un lieto fine, e si scivola quasi in un valzer tra i due protagonisti. Ma davvero finalmente Proserpina è divenuta capace di amare? E Ade lo è altrettanto? Non lo sappiamo. La storia non si chiude.

Resta uno scenario onirico e sognante. La scenografia di Vincenzo La Mendola è asciutta come nel bauhaus per la funzionalità, ed insieme trasmigra in ossimoro orfico e dionisiaco. Teschi di tori appesi ad alberi spogli mantengono alto il profilo inaccessibile del mistero in cui siamo inconsapevolmente immersi.

Parole che si ripetono da millenni, da Omero fino a Ritsos, sempre uguali, sempre diverse. La vita è un momento che si ripete, e si ripete affinché ciascuno possa apprendere ciò che può e ciò che deve.

[Davide C. Crimi]

Produzione teatrale Di.De

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