Capitalismo e barbarie

L’origine della crisi economica mondiale si trova nel processo di liberalizzazione, che significa in sostanza privatizzazione dei sistemi pubblici.

Nei primi anni del dopo guerra gli accordi tra Stati avevano stabilito limiti al capitalismo finanziario, riducendo, su scala planetaria, l’impatto cannibale del capitalismo.

Attenzione a questo punto: perché il nazionalismo non è la soluzione, ma il problema: perché è facile per il capitale finanziario, più che mai con le politiche monetariste del debito pubblico e del quantitative easing, impossessarsi dei ruoli chiave degli stati nazionali e metterli al soldo del capitale.

Portare al parossismo la libertà di movimento dei capitali e la deregolamentazione dei mercati: è stato questo il processo di liberalizzazione guidato dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra, a partire dai governi Reagan e Thatcher, che hanno sostituito l’economia keynesiana (mercato regolato dall’intervento correttivo dello Stato) con la tesi monetarista di Friedman e Von Hayek (stato minimo, ciò che è pubblico è spreco).

A sostenere questa tesi, non per ragioni filosofiche ma per convenienza economica, i principali organismi finanziari internazionali, che hanno creato le condizioni ideali per il pieno sviluppo della speculazione finanziaria, mercantile e produttiva su scala globale.

«Finché ci sarà Stato, non vi sarà libertà», scrisse Lenin: finché vige, in qualunque forma viga, la legge del valore, la legge dello sfruttamento – quindi lo Stato che ne incarna il vigore – il proletariato non si libererà. Solo la prassi rivoluzionaria rivolta contro lo Stato può liberare il lavoro.**

L’era neoliberale ha scatenato una concorrenza sfrenata per il facile lucro, il valore monetario si è definitivamente staccato dal valore del lavoro e l’accumulazione produttiva si è sganciata totalmente dalla capacità di consumo della società. Questo fenomeno è stato descritto con la locuzione “crisi e barbarie“*.

Questo richiede un rogo brutale di capitale produttivo, commerciale e finanziario: distruzione delle forze produttive; chiusura delle imprese; nuova ondata di concentrazione e centralizzazione dei capitali; crescita della disoccupazione; aumento della povertà e della disuguaglianza sociale; crisi sociale e instabilità politica.

Non è un effetto indesiderato: è, piuttosto, il già collaudato “effetto Grecia“: in nome del debito pubblico dello Stato si giunge ad espropriare i palazzi pubblici e persino le isole dell’Egeo. Che non vanno a strutture pubbliche, ma a privati, i cui nomi sono oscuri e innominati e innominabili per la gente comune.

Frattanto, negli Stati Uniti la gente va ancora in pensione a 50 anni se lo desidera.

Quindi, qual è il problema? Quale la fonte di situazioni così uguali e così diverse?

*Spunti tratti da Capitalismo del secolo XXI: crisi e barbarie di Plínio de Arruda Sampaio Júnior, pubblicato su PROTEO n. 2 / 2009.

**Spunti tratti da Antonio Negri “Lenin visto da Marx” (in Euronomade del 26 Gennaio 2019).

Photo: Plinio de Arruda en conferencia. Image source: Academia.cl

Plínio de Arruda Sampaio Júnior é professor livre-docente do Instituto de Economia da Universidade Estadual de Campinas (IE/UNICAMP). Com pesquisas na área de história econômica do Brasil e teoria do desenvolvimento, dedica-se ao estudo do impacto da globalização capitalista sobre a economia brasileira. Membro do conselho editorial de diversas revistas acadêmicas, entre as quais Novos Temas e Marxismo XXI, possui dezenas de artigos, publicados no Brasil e no exterior. É autor de Entre a nação e a barbárie: dilemas do capitalismo dependente (Vozes, 1999) e de Crônica de uma crise anunciada: Crítica à economia política de Lula e Dilma (SG-Amarante, 2017); e organizador dos livros Capitalismo em crise: a natureza e dinâmica da crise econômica mundial (Sunderman, 2009); e Jornadas de Junho: a revolta popular em debate (ICP, 2014).

Toni Negri fu tra i fondatori di Potere Operaio (1969) e personalità di spicco di Autonomia Operaia.E’ noto internazionalmente per il libro Impero, scritto con l’ex allievo Michael Hardt.

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