Il mestiere di vivere

Un significato della mia presenza in questo secolo potrebbe essere la missione di sfatare il leopardiano-nietzschiano mito che la vita attiva sia superiore alla contemplativa, scriveva Pavese ne Il mestiere di vivere.

L’intenzione simbolica delle azioni viene in risalto, scandita dal ricorrente pensiero del suicidio, rafforzato dai suicidi di due amici, Elio Baraldi nel 1926 e Carlo Predella nel 1929, che imprimono in lui la tentazione di dare un finale tragico alla propria vita.

Scrive a un amico nel 1925: “Il pensiero mi s’è stagnato. Una volta giunti al materialismo non c’è più da andare innanzi: tutto rovina, non resta più che cercare il mero piacere per il piacere. E a questo non mi so risolvere. Mi dibatto per tirarmi su, ma mi convinco sempre più che non c’è nulla da fare. E che ti venga la febbre (quella della creazione)…”

La palude angusta del materialismo è il nemico filosofico: ma un altro è in agguato.

Gli ex allievi del liceo d’Azeglio, tra cui Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Giulio Einaudi, Giulio Carlo Argan, Ludovico Geymonat, Franco Antonicelli, organizzano la resistenza all’insorgente fascismo, seguendo le direttive di Augusto Monti.

Nel 1933 Giulio Einaudi fonda la sua casa editrice, e ne affida la direzione a Leone Ginzburg. Non passa un anno e Ginzburg viene arrestato, probabilmente a causa della delazione dello scrittore Pitigrilli (Dino Segre). Attorno alla Casa Editrice si intensifica la vigilanza dell’Ovra.

Augusto Monti viene arrestato nel 1936, nel quadro della repressione della “congiura antifascista” del movimento Giustizia e Libertà.

Lavorare stanca è il primo libro di poesie di Cesare Pavese, il cui titolo non si comprende se non si ammanta del colore politico della riflessione che Pavese prende proprio da Augusto Monti, che contrapponeva la virtù piemontese fatta di spensieratezza e giovanile incoscienza alla virtù piemontese di chi resta sodo e stoico e laborioso e taciturno. La tesi di Pavese (e di Monti) è che solo nel primo modello c’è un’istanza di libertà. Quest’idea ha un’eco oltreatlantica nelle suggestioni che Pavese ricava da Walt Whitman, che accosta paradossalmente il lavoro alla vita vagabonda.

Paesi tuoi, primo romanzo, verrà pubblicato nel 1941, negli anni più tremendi del fascismo. La prima edizione di Paesi tuoi vende 12.650 copie. Soltanto i fascisti intransigenti lo accusano di lesa patria.

Nel 1945 Pavese matura un senso di “rimorso del sopravvissuto” verso coloro che erano morti da eroi: Leone Ginzburg, Giaime Pintori, Luigi Capriolo, Gaspare Pajetta. Con Ernesto De Martino dà vita alla “collana viola Einaudi”, ospitando libri di etnologia, psicologia, storia delle religioni, portando autori come Lévy-Bruhl, Malinowski, Propp, Frobenius, Jung. Parallelamente, inaugura la collana narrativa “Coralli” in sostituzione dei “Narratori contemporanei”, di cui Pavese era il responsabile con la collaborazione di Mario Alicata.

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