Teologia prometeica

esplorando i contorni di Prometeo, attraverso un’esegesi biblica condotta con i ferri di una filosofia dell’empietà e le chiavi dell’antropologia strutturale

di Davide C. Crimi

Partiamo da questa affermazione: che l’atto d’origine non è più degno dello spasimo del coito (Trattato dell’Empietà di Manlio Sgalambro, §13) e aggiungiamo, dalla rotella a seguire, shakespearianamente, che il disprezzo dell’origine paterna, così mirabilmente espresso nel Re Lear, fa sì che l’abominio del proprio padre diventa ovvio non appena lo diventa il rifiuto per il creatore.

Stabilito questo desolato punto di partenza si prende atto che, malgrado tutto (ibidem, §21) la teologia resta l’apice del pensiero: non secondo la gerarchia delle nozioni, ma seguendo i gradi della riflessione, che deve cominciare dall’inizio.

Si conceda adesso la libertà di un ricordo personale, perché quando andavo ad intervistare Manlio Sgalambro, lo facevo con l’intento di mettere in raccordo la sua teologia con il lavoro che a quel tempo tentavo di condurre con un altro luminare, Luigi Moraldi, il primo a pubblicare in italiano la versione degli scritti di Nag-Hammadi. Riuscire in questo intento avrebbe significato ricondurre l’ultrapessimismo disfattista nel sofismo cinico del nuovo Γοργίας, al raffinatissimo sofismo gnostico del novello Ὠριγένης. L’idea è rimasta senza esito se non per la distillazione segreta di qualche goccia d’oro. Si comprende che non sarà facile per il lettore afferrare ciò che sottende il far risaltare le risonanze Gorgia/Sgalambro e Moraldi/Origene.

Per esser chiari in teologia, la luce deve rifulgere in una profonda oscurità: come in una tela di Caravaggio, innestandosi come lama nella tenebra. Il discorso progredisce per chi può sostenerlo. Attraverso la notazione che appare al §53, “Teologo è colui nel quale si compiono distacco e allontanamento da Dio come origini o principio ‘positivo’ del mondo. Colui che, con un unico atto della mente, lo intende e se ne separa. Con disgusto.”

Se questo vale, allora Prometeo è dramma teologico: e non solo per argomento, poiché mette in scena non mortali, ma dèi; ma soprattutto per l’insanabile separazione da un dio di cui – inaudito! – non solo si contesta la legittimità del potere, ma si denunciano la falsità e l’orrore.

Prometeo come dramma teologico: unico nel repertorio delle tragedie antiche a costituire aureo l’anello di congiunzione tra Tragedia e Misteri. Misteri che precedono il Teatro, come aveva ipotizzato Nietzsche al principio della sua follia e come hanno progressivamente confermato l’antropologia moderna e gli scavi archeologici.

Prometeo è l’unica tra le tragedie a mettere in scena dèi: dèi, e non uomini. Baccanti di Euripide, dove pur appare Dioniso, non possiede tema cosmogonico come Prometeo; ne è infinitamente distante, e persino il dio è declassato a emblema politico. Dobbiamo ritenere, più che sospettare, che quel Dioniso sia in realtà un uomo che si proclama dio per fini di potere, in un’età in cui i Misteri sono orribilmente decaduti.

Prometeo dunque come unicum nel repertorio tragico; come esclusivo dramma che osi raccontare la storia degli dèi antichi: ma chi sono mai costoro?

Oscuri avi, siete forse un repertorio esclusivo della tradizione greca? Avete voi relazione con i racconti della Bibbia? O con le remote origini mesopotamiche?

Quest’ultima interrogazione contiene l’ipotesi di Ettore Romagnoli, lo stesso che volle e riuscì a riportare le tragedie a Siracusa agli inizi del XX secolo e che, da traduttore della Teogonia di Esiodo, aveva compreso il suo discendere, sia pure per adattamenti, dagli Inni Sacri di Eridu. Del resto, Jafet, capostipite dei Greci, non è forse uno dei figli di Noè?

Dobbiamo ancora credere alla favola del politeismo, per assecondare i pretesi portatori di un nuovo culto, che si dice monoteista e però nei corridoi oscuri del suo latente dualismo insinua dubbi perversi? Oppure, con la sapienza degli antichi, non dovremmo piuttosto vedere nell’apparenza del molteplice soltanto le forze della natura, avviluppate nel vortice del tempo, nelle spire della necessità e del destino?

Con queste domande, siamo giunti al cuore del problema teologico, che non è affatto differibile al nostro tempo: perché fino al presente, questo argomento è stato sempre celato, dissimulato, nascosto. Se qualcuno ritenesse esagerata questa affermazione, sia estratta dal calamo la risposta di chi scrive da una città che ha tenuto
ignoto ai suoi abitanti il suo teatro antico, sepolto sotto dàmmusi e catòi, per mille anni. Anche questo dovrebbe sembrare sufficientemente impossibile. Eppure è. E non è.

Prometeo, dunque. Ma chi è davvero Prometeo? Chi è questo dio che proclama appartenere alla stessa genìa di Zeus? E perché lo hanno incatenato? Quale il suo delitto? E chi sono i due dèi che hanno regnato prima di Zeus, cui lo stesso Prometeo allude quando, dal fondo del suo abisso, osa ammonire Zeus dicendo che la sua testa capitolerà come quella dei due sovrani che l’hanno preceduto?

I suoi simili, i due prima di Zeus: Urano e Saturno. Altre imposture del tempo: perché Urano non poteva esser noto agli antichi, e solo l’astronomo Herschel nel ‘700 lo individuerà. Invero – ma non ditelo in giro, perché non vi daranno credito finché perdurerà l’egemonia accademica del tempo – Urano è copertura planetaria del nome astrale Orione, prima ipostasi dell’idea di dio.

Poiché Orione è una costellazione che sparisce dal cielo nei mesi estivi, quando appare in sua vece lo Scorpione, taluno inventò il mito di Seth, che morde il gigante al tallone, e lo fa cadere, e lo fa precipitare sulla terra, scivolando sul fiume Eridano.

L’equivalente erratico dello Scorpione, più che il ferro di Marte è il piombo del suo veleno, che politicamente corrisponde al conflitto tra il regno di Adapa in Eridu (Mesopotamia) e quello di suo figlio Seth in On (Egitto), di cui Edipo, con il suo onomastico legato al calcagno e la sua storia di ribellione e uccisione del padre, è clonazione mitica.

Ma non confonderemo il padre con il figlio, né incorreremo nell’errore di dichiarare consustanziale la morte con l’amore. Dimenticheremo del significato del nome Giacobbe e porremo in un tempo più remoto, nell’Egitto prima delle sabbie, una Sfinge a testimoniare di questo mistero, di come il padre ristabilì con pugno di ferro l’egemonia sulla ribellione del figlio. Non di questo argomento qui si parla, ma del padre del padre.

Prometeo è ritenuto un empio, per questo è punito. Quindi, non ci può esser filosofia migliore a comprenderne la natura che quella che emerge dal Trattato dell’Empietà. Ciò legittima la scelta d’aver evocato Sgalambro per duca. Il §95 chiarirà il punto meglio di quanto potrebbe fare Anatol, il suo alter-ego, quando a pagina 95 afferma: “Credetemi, la verità è il mondo senza l’uomo”. Però non distraetemi, devo tornare all’empietà di Prometeo.

Chi se non lui, unico nella storia d’Oriente e d’Occidente, osa mettere in dubbio l’autorità del potere, foss’anche il potere di Dio? Chi mai ha trovato il coraggio di proferire moniti e minacce a un dio, rivolgendosi a lui come a un carceriere? Scorrendo l’albo igneo dei secoli in cerca di qualcuno che tanto abbia osato, potremo ritrovar Giordano Bruno, con quel “Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam” (Avete più paura voi di quanta non ne abbia io…). Nessun altro di cui siano note le vicende umane.

Non si dimentichi: Prometeo è un dio. Ma qual dio? Di certo, un dio empio o, almeno, così considerato dai suoi pari, che tale l’hanno giudicato. Indi, veniamo al giudizio: quale la sua colpa, quale la ragione dell’accusa di empietà?

Presto detto: l’aver donato agli uomini la scintilla del fuoco, la sapienza, le arti. E allora, ecco il biblista venire avanti, l’esperto di testi apocrifi, l’esegeta, l’ermeneuta, allievo prediletto e rifiutato; come Giordano, academico di nulla academia: ed avanza con i cinque libri di Enoch sotto il braccio destro, e un libro piccolo e misterioso tenuto tra le dita della mano sinistra.

Auriel, o forse Ratziel: questo è il nome dell’arcangelo del principio divino della luce. Dal suo nome viene ratzon [רצון] ragione, che talora si traduce, sebbene impropriamente, con volontà, come ritroviamo nel celebre passo “Sia fatta la tua volontà”: γενηθήτω τὸ θέλημά σου. Poi, per un evento occulto, il nome venne cancellato: non più Auriel, né Ratziel ma Shemchazai, nome tagliato; ecco come viene nominato nel libro di Enoch. Ed ancora, con assonanza spregiativa, Azazel: così lo sentiamo chiamare con tono di derisione, mentre lo legano mani e piedi nell’abisso del Tartaro, nella fossa dello Sheol.

Cos’hai fatto mai? Come sei caduto dal cielo, o astro del mattino tu, figlio dell’aurora?

Ci sono evidenze che non è necessario spiegare. Ma c’è qualcosa che si può aggiungere: ed è l’antroposofia dei testi di Qumran e Nag-Hammadi, ai quali ascendiamo attraverso la traduzione di Moraldi. Qui si colma il vuoto logico, la cesura tra il capitolo quinto e il capitolo sesto del Libro della Genesi, da cui è stato espunto il contenuto che sopravvive nei Libri di Enoch. Legga da sé chi vuole. Cerchi chi può. Quadri chi sa.

Un altro shock fa breccia nell’indicibile messe delle varianti del mito: Ratziel è il padre di Adamo. Contravvenendo alle disposizioni degli Elohim del Collegio degli Anziani, lui, un Melek, un principe dei Malakim, si è preso per donna una scimmia della terra e ha generato un figlio: non solo; ha avuto l’ardire di istruirlo.

Ecco la sua colpa ed ecco, d’incanto, dissipate tutte le antinomie sull’evoluzione delle scimmie, evaporate le nebbie sull’inusitata età dei Patriarchi anteriori al diluvio, svanite le reticenze sulla sfera mancante nella progressione delle orbite planetarie del sistema solare per la legge matematica dei coefficienti di Titius e Bode.

Abbiamo conquistato la verità? L’empio direbbe (§12): “Io so che la mia filosofia è la vera” – e, commentando se stesso: “Qui la comprensione, indignata, finisce di capire“.

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