Temuto come grido, atteso come canto

TEMUTO COME GRIDO, ATTESO COME CANTO
DAL MUSEO DEL MANICOMIO IL NUOVO DISCO DI MICHELE GAZICH
di Davide C. Crimi
Temuto come grido, atteso come canto (FonoBisanzio, 2018) è un disco che ha riportato mille recensioni importanti. Ne hanno scritto le principali firme tra quanti si occupano di giornalismo musicale in Italia. L’elenco sarebbe lunghissimo: da Elisabetta Malantrucco di Note a margine (RAI) a Giuseppe Verrini di MilanoSud, che lo definisce “disco indispensabile”; Blogfolk che lo elegge “disco del mese”; Gianni Zuretti che su Mescalina definisce i brani del disco “perle nere”; Enrico Mottinelli sul Giornale di Brescia che ne individua le ragioni: “perché parlano d’amore, perché alterano la banalità del linguaggio del potere, perché disturbano i flussi monetari”; Pier Andrea Canei su L’Internazionale; Alessio Lega su Vinile… l’elenco sarebbe lungo e rischierebbe di non essere esaustivo e, come si è visto, non riguarda soltanto il mondo della musica. Si può completare l’elenco per ellisse, con una recensione in versi di Elisa della Martire, a dimostrazione che quella di Gazich è poesia che suscita poesia, è verbo seminatore e generatore di impressioni che alimentano lampi di
coscienza, azione diretta e incisiva sul piano del pensiero e filtro prismatico dell’ingresso della luce nell’oscurità.
Quindi, è stato detto così tanto che si ha la sensazione che non ci sia altro da aggiungere. Ma le idee sono incontenibili come la musica: e già il titolo del disco è un’idea poetica. Nella seconda di copertina, Gazich non teme di rivelare il luogo da cui è tratto, riportando una citazione da Michel Foucault; ci accorgiamo però che non è testuale, ma ottenuta per sintesi: che si manifesta nel fulmine di un distico, un icastico settenario in uno specchio a doppia rifrazione. Temuto come grido, atteso come canto è l’ultimo disco di Michele Gazich, apprezzato musicista che ha al suo attivo importanti esperienze da solista (tra cui ricordiamo: L’imperdonabile, Verso Bisanzio, La Via del Sale) e collaborazioni internazionali di prim’ordine (tra queste: Eric Andersen, Mary Gauthier). L’album è stato realizzato con il supporto di “Progetto Waterlines”, una azione congiunta della Fondazione di Venezia, del Collegio Internazionale Ca’ Foscari, San Servolo srl, Beit Venezia – casa della cultura ebraica, Associazione “Il colore degli angeli”. Il progetto ha condotto Gazich in ritiro per un mese nell’isola di San Servolo, che fu sede di un manicomio dal 1716 al 1978. La ricerca-indagine poetica di Gazich si concentra sul funesto periodo delle leggi razziali.
Gazich ha una sensibilità poetica particolarmente idonea all’introspezione, che gli conferisce il dono di comunicare l’incomunicabile, tanto che la base dei testi di questo album sono le cartelle cliniche che ha esaminato durante la sua permanenza in quello che oggi è il museo del manicomio. Si potrebbe pensare che il risultato sia difficile e duro, ed in parte il dato si conferma: ma proprio qui il dono di Gazich si manifesta con leggerezza alata. Le sue doti di poeta e musicista si completano nello strumento più struggente, il violino. Insieme agli altri elementi orchestrali (la chitarra acustica di Marco Lamberti, il basso elettrico di Paolo Costola, la batteria e le percussioni di Alberto Pavesi, l’arpa di Raoul Moretti e lo stesso Gazich alla viola e al pianoforte), la sofferenza da cui queste note traggono origine progressivamente viene a Sublimazione, trasfigurando in anelito di libertà, quasi a far sentire all’ascoltatore i sogni dei reclusi e come se queste note fossero state da loro infrasentite.

Per vero, non si tratta di un disco convenzionale, non si può certo classificarlo (liquidarlo, come si direbbe in questa società liquida) come “musica leggera”. Il suono e il canto resistono. Si tratta di un’opera che si ascolta, si legge, si medita; è dunque lavoro letterario, come spesso sono le composizioni di Michele Gazich, che qui si completano nelle immagini di Alice Falchetti, prossime per scelta stilistica a certe xilografie dell’espressionismo tedesco, a testimonianza che mai si deve cercare un nemico da accusare, ma sempre si devono rigettare le istanze inferiori e ritrovare le ragioni superiori e spirituali: così nella cultura tedesca l’immagine si manifesta nella tradizione funzionale-estetica del bauhaus, posizione da cui si possono sentire pulsazioni lontanissime dal delirio del nazifascismo, perché il compito dell’arte nello sforzo della memoria è quello di superare la banalità del male e contribuire ad accedere a ragioni più alte. Ecco perché questo disco va ascoltato, letto,
osservato, meditato.

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