L’elefante ghibellino

Prima di raccontare questa storia, dobbiamo avvertire che questa sovverte quel che siamo soliti considerare alle origini dei racconti che ci parlano dei più popolari simboli della città sotto il vulcano: l’elefante di lava e la sua patrona.

Non si pretende di dire qui la verità, che lasciamo volentieri altrui. Si daranno però le condizioni per verificare quel che è qui trascritto e di considerarne liberamente il grado di attendibilità.

Tutti siamo inclini a pensare la storia di Sant’Agata come innervata e connaturata da sempre con la Città di Catania. E, se pensiamo alla profonda relazione archetipale, possiamo ben dire che è indubbiamente così. Culti e Miti di Sicilia di Emanuele Ciaceri, gran libro del 1911, è la fonte più autorevole per discutere dell’innestarsi della storia di S. Agata con quella di S. Lucia e, di entrambe, con quella di Iside. In particolare, è noto che le celebrazioni riguardano il periodo invernale e, specie per S. Agata, si rende manifesta la relazione con il mare, come superamento del periodo più freddo dell’anno e dell’immissione in mare delle barche per il nuovo ciclo di pesca, cerimonia che era in correlazione anche con il carrum navalis (cioè con il carnevale, che cade nello stesso periodo) e con il navigium Isidis.

Se dovessimo storicizzare, troveremmo però che il patrono della città per lunghi secoli è stato San Giorgio, fatto comprensibile sul piano simbolico, tenuto conto che San Giorgio è colui che doma il Drago, che s’intende sepolto sotto l’Etna.
S. Agata si innesta nel cuore della città con i primi festeggiamenti spontanei che avvennero il nel 1126, quando le reliquie contenenti le spoglie mortali, che erano state rubate e trasferite a Costantinopoli, dopo 86 anni dal trafugamento, vennero restituite alla città.

Le reliquie erano già ritenute prodigiose, tanto che, nel 252, era stato fatto girare in processione il suo velo per fermare un’eruzione dell’Etna, come ricorda Marinella Fiume nel suo Sicilia Esoterica (2017). In quell’epoca, e fino alla promulgazione dell’editto di Costantino del 313, erano tenute nascoste. In seguito, con l’ammissione del culto cristiano, le reliquie furono traslate nella chiesa di S. Agata la Vetere dove giacquero per lunghi secoli, fin quando l’ammiraglio bizantino Giorgio Maniace, nel 1040, che combatteva in Sicilia contro i Saraceni, le portò con sé a Costantinopoli.
Inizialmente i festeggiamenti erano tenuti soltanto all’interno della cattedrale. Dal 1376, anno di costruzione del fercolo (detto anche vara), ebbero inizio i festeggiamenti in processione per le vie della città, culminando nell’assunzione di Sant’Agata come patrona.

Ma, detto questo, resta ancora da chiarire cosa e come e perché. In particolare, è interessante vedere una importante ricostruzione, già avanzata sulle colonne della rivista Encelado, che riguarda l’episodio in cui l’imperatore Federico II condusse il suo esercito da Palermo fino alle porte della città di Catania per estirpare una ribellione.

Federico II aveva deciso di risolvere il problema dei latifondi, che Michele Amari descrive in Storia dei Musulmani in Sicilia narrando come, all’indomani della cacciata degli arabi, i patrizi collegati allo Stato Pontificio avevano creato documenti falsi per legittimare, in capo a un ristrettissimo numero di famiglie gradite e collegate al Pontefice, le proprietà delle terre.

Con le Costituzioni di Melfi, redatte dal famoso Pier delle Vigne, Federico II aveva trovato modo di risolvere il tema, spezzando il latifondo. Palermo aveva provato a ribellarsi (si dice che nacque allora la confraternita di cui scrive lo storico Francesco Renda ne I Beati Paoli. Storia, letteratura e leggenda, 1988), ma era troppo vicino alla domus del potere dell’imperatore; diversamente Catania si sentiva più lontana e tutelata dal sistema baronale, espressione del potere temporale della Chiesa e quindi aveva assunto degli atteggiamenti che mossero l’Imperatore a un intervento deciso e risoluto.

Federico si avviò con l’esercito per usare il pugno di ferro contro la città di Catania. Gli fu mandata incontro un’ambasciata con il velo di Sant’Agata. Ora, il velo non aveva per Federico soltanto un valore religioso ma soprattutto era un messaggio di riconoscimento del valore che aveva assunto come simbolo della reconquista della Sicilia al mondo cattolico e occidentale, e dunque come riconoscimento del valore che l’esercito di Maniace prima e quello dei Normanni poi avevano avuto per questo obiettivo.

Un segnale di pace al quale Federico rispose con due grandi affermazioni. La prima, legata alla costruzione di un suo stabile presidio: il Castello Ursino, la cui realizzazione fu affidata a un grande architetto militare, Riccardo da Lentini. La seconda, fu il riprendere l’elefante scolpito da Eliodoro, simbolo della linea ereticale in rapporto al potere della Chiesa (Eliodoro era stato bruciato sul rogo per volere di Leone detto il Taumaturgo nell’VIII secolo), e metterlo proprio davanti alla Cattedrale: questo posizionamento simbolico significava dunque un chiaro monito per ricordare che accanto al potere della Chiesa c’era il potere dell’Impero.

Questa interpretazione ghibellina dell’allocazione dell’elefante proprio di fronte alla cattedrale è sostenuta da diversi argomenti: accanto a quelli già esposti si potranno considerare altri non secondari aspetti, tra cui la reazione della Chiesa al sistema di potere federiciano.

Non ci riferiamo soltanto alle ripetute richieste di andare a combattere in crociata, ma soprattutto alla considerazione al limite del dileggio delle Costituzioni di Melfi, riduttivamente chiamate “Liber Augustalis” con il significato spregiativo di sterile esercizio svolto in un mese d’ozio, e dunque farle passare come un progetto inutile e inapplicabile.

Emerge il dato politico della propaganda della Chiesa, atta a difendere i suoi possedimenti temporali ed il suo legame familistico feudale con i signori della terra; questo elemento è molto potenziato nella considerazione del suo impatto se si tiene in conto che Federico di Hohenstaufen si trovò ad un certo punto nella condizione di poter rivendicare il trono di Germania. Questa situazione avrebbe posto lo Stato Pontificio nella chiusa di una morsa, poiché Federico aveva già riunificato tutta l’Italia meridionale e poteva pretendere di prendere il controllo dell’intera Italia e, attraverso la Germania, l’Europa. Ne sortì una politica pontificia diplomatica in superficie, ma nei fatti totalmente avversa a Federico II e al casato degli Hohenstaufen.

In particolar modo in Germania, questo significò che la Chiesa sostenne i principali avversari degli Hohenstaufen: gli Ottoni che, tra l’altro, avendo le loro forti basi in uno degli Ordini cavallereschi su cui si fondavano le spedizioni dei Crociati, l’Ordine dei Cavalieri Teutonici, ebbero facile raccordo con il papato. Addirittura, ciò determinò l’afflusso di numerosi eminenti esponenti della Chiesa tedesca a Palermo, dove venne importato il sistema dei tribunali della Santa Vehme, dissimulato in termini più accetti alla città come Ordine dei Beati Paoli, che costituì l’ossatura del sistema di cospirazione contrario alle politiche di Federico II e che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe il ceppo d’origine della parte iniziatica che forma lo scheletro di “Cosa Nostra”.

Questa dinamica, tutta protesa ad alimentare contrasti interni, incentrò la sua costruzione nell’operazione di discredito proprio di colui che era stato il principale estensore delle Costituzioni di Melfi: Pier delle Vigne. Riusciranno abili insinuatori a far credere a Federico il tradimento del suo giureconsulto, e giungerà a catturarlo e farlo accecare. Questo evento segna una fatalità tragica sul regno di Federico, che presto volgerà alla completa disgregazione e disfatta. Per un giudizio su Pier delle Vigne, non ce ne può esser alcuno superiore a quello di Dante che pone sì il toscano all’inferno: ma per il suo esser suicida e non per esser traditore, confutando questa ipotesi e facendogli dire:

Vi giuro che giammai non ruppi fede  /   Al mio signor , che fu d’onor sì degno. E se di voi alcun nel mondo riede / Conforti la memoria mia, che giace  /   Ancor del colpo che invidia le diede. [Inf. XIII, 74-78]

Seguendo questa corrente interpretativa, l’incursione di Federico II a Catania con la minaccia di distruggere la città etnea prende consistenza come risposta alla indifferenza alle disposizioni imperiali che i baroni catanesi avevano mostrato, sentendosi protetti dallo Stato pontificio. Sappiamo dalla storia che avrebbero avuto ragione loro, giungendo in poco tempo al dissolvimento del casato degli Hohenstaufen. Possiamo vedere anche che Federico ne fu consapevole: perché la costruzione del castello Ursino, per di più sotto la direzione dell’astronomo di corte Michael Scotus, il carattere alchemico (sotto il segno dell’Orsa) e con l’uso di maestranze ebraiche, sono chiara dimostrazione dei suoi intendimenti che, con l’allocazione dell’elefante di lava, scolpito da un eretico che la chiesa aveva bruciato sul rogo, proprio davanti alla cattedrale, dimostrano chiaramente il segno ghibellino che questi simboli dovevano esprimere.

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