1968

Riceviamo e pubblichiamo

> L’anno della conquista delle libertà -il 1968- va ricordato per indicare ai giovani di oggi che si richiede ancora un loro protagonismo diretto , capace di rompere anche cortine impenetrabili ed avviare i processi che rinnovano la società e fanno la storia, modificando definitivamente tabù ed equilibri mondiali ritenuti immutabili.
> Occorre soprattutto che assumano in prima persona la responsabilità delle scelte che condizioneranno profondamente e a lungo il loro futuro : meno reddito di cittadinanza (quale, italiana o europea?) e più fiducia in se stessi, come esorta il Papa, per cambiare il mondo !
> Francesco Attaguile
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> “A 50 anni dal ‘68 l’Europa nuovamente al bivio”.
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> Mentre si susseguono incontri e scontri fra ministri di un’Europa tornata a dividersi in due blocchi, quasi nessuno ha ricordato che 50 anni fa, proprio in queste settimane, i carri armati sovietici e degli altri “satelliti” del Patto di Varsavia soffocavano il sogno di liberalizzare quei paesi avviato da Alexander Dubcek a Praga (il Corriere della Sera ha ripubblicato in un apposito supplemento le drammatiche corrispondenze dei suoi inviati Enzo Bettiza ed Egisto Corradi). Ci sarebbero voluti altri 20 anni di dittature comuniste, Papa Woitila, Walesa e Solidarnosc, Gorbaciov e la Perestroika, per abbattere il muro di Berlino, liberare quei popoli e restituirli alle libertà civili e alla democrazia pluralista. Poi sono entrati nell’Unione Europea e hanno avviato, con il suo determinante aiuto, il recupero dal disastro di oltre un quarantennio di dittature e di oppressione sovietica. Quel 1968 segnò l’inizio di un processo attraverso il quale una generazione di europei ha cambiato sia l’Ovest, a partire dalle rivolte studentesche, sia l’Est, dove non si spense più l’anelito di libertà.
> Appare tuttavia evidente che alla crescita economica non è corrisposta là l’affermazione di quei valori, metodi e regole che hanno nel frattempo permeato e integrato il resto d’Europa, o almeno non con la stessa velocità. Questa integrazione, che si presumeva come irreversibile, subisce invece frenate e deviazioni che fanno temere il ritorno ai nazionalismi fratricidi in tutto il Vecchio Continente, con la conseguente soggezione ai nuovi colossi del mondo e rigurgiti di illibertà e intolleranza.
> L’Italia, che fu a lungo frontiera ma scelse con consapevolezza da che parte stare (fin dalle elezioni del 18 aprile del ‘48 e poi co-fondando la Comunità Europea), si trova nuovamente in mezzo ai due blocchi ed è ancora chiamata a scegliere, con responsabilità e conseguenze che anche questa volta vanno ben oltre i suoi confini.
> Come tanti ultracinquantenni, ho vissuto questi eventi con grande partecipazione emotiva e spesso al loro interno : ero in Cecoslovacchia nei giorni dell’invasione (come documentato dal memorabile reportage che riuscii a far pervenire clandestinamente a La Sicilia, pubblicato il 28/8/68), partecipai alle occupazioni universitarie italiane e francesi ed al cambiamento della Sicilia con Piersanti Mattarella e Rino Nicolosi, poi all’edificazione dell’UE, compreso un quindicennio vissuto a Bruxelles per rappresentarvi la Sicilia. Avverto perciò da vicino tutta la portata della scelta che come italiani siamo chiamati a fare rispetto alla spaccatura che è tornata a dividere in due l’Europa : schierarsi con Orban e il Patto di Visegrad (quasi coincidente con quello di Varsavia) oppure, come avvenne allora, aggregarsi alle democrazie liberali e accelerare la faticosa, imperfetta ed incompleta integrazione europea, garanzia però di pace, sviluppo e stabilità.
> Tornare ai nazionalismi significa avvicinarsi a Putin ed Erdogan, asservirsi ai cinesi (non a caso questi stanno aiutando massicciamente l’Ungheria di Orban) e assecondare la strategia antieuropea di Trump. Cioè la rovina, soprattutto per le aree più deboli come il Mezzogiorno (v. la mia nota su La Sicilia del 31 agosto u.s.).
> Le suggestioni propagandistiche di chi ci spinge verso questa china, pur di conquistare qualche effimero punto percentuale in più, alimentano i sondaggi a suo favore, ma sono certo che il buon senso e la consapevolezza storica degli italiani confermeranno fin dalla prossima elezione del Parlamento Europeo le scelte che ci hanno assicurato -per la prima volta nella storia- sessant’anni di pace, progresso civile e stabilità democratica.
> Quest’Europa va certamente cambiata, per renderla più forte e coesa politicamente ed economicamente dall’interno, non ri-frammentata nei nazionalismi ottocenteschi, che l’hanno insanguinata per due secoli e che risultano oggi improponibili, di fronte al gigantismo dei grandi paesi di recente e galoppante sviluppo e nell’orizzonte culturale delle nuove generazioni, che rifiuta e va oltre le vecchie frontiere.
> C’è ancora bisogno di + presbiti e – miopi, di + Europa e – egoismi nazionali e locali per guardare al futuro.
>
> Francesco Attaguile

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