Un giro del Monviso

O Vísol, rei de peira e de glaç,
Tu que toques lo cèl d’un sol braç,
Gardan de las valadas e del vent,
La teua ombra es fòrta e present.

D’en naut, agachas la tèrra antica,
Ona lenga que parlam sensa fatiga,
La nuèit te gèla lo fòrt còr,

Lo solelh te baisa lo matin d’or.

C’è chi va per montagne per incontrare la fauna, chi per le gemme del bosco. C’è chi va per montagne con la percezione di percorrere i crinali del corpo gigantesco d’un dio ignoto. C’è chi va per i fiori, chi per le pietre, chi per camminare dove l’aria è migliore. C’è chi va.

Mercoledì 19 Agosto 2026. Dalle Sorgenti del Po al Re di Pietra.

Dedica. Per noi che partiamo dall’Etna, dimora segreta del Titano Encelado, in forse la partenza a causa della turbolenza eruttiva e delle formidabili emissioni di cenere che ben fan meritare a questo dio nascosto il nome di Tifone. Lascia che sia: e la vita ha lasciato che fosse. A chi sa vedere nelle cime dei monti il suo futuro.

Non so se una targa possa dare verità a un’ipotetica sorgente, se i laghi sono occhi di cielo sospesi più in alto e se i mezzi meccanici su ruote possono arrivare sino al luogo inessenziale della politica. Partiamo da qui per lasciare il mondo delle ciarle.

Il Po ha un altro nome – oltre Potamos, che è l’intero -: questo nome è Eridano: lo stesso del fiume celeste che porta giù alla terra gli occhi di Orione. Questa è la sorgente.

Una Salamandra di Lanza, nera come il carbone si aggira tra il lago Fiorenza e il lago Chiaretto. Il primo già prende i colori del cielo; il secondo resta sgomento in un sogno ciane che s’intaglia tra pietre di scisto che nella mente inforcano la parola ossidiana.

Una salamandra negra, silenca e fòrta,
Camina nuda ont la pèira es mòrta,
Entre lo Fiorenza que d’azur se vestís,
E lo Chiaretto que dins sa sòn languís.

Lo primier lac a pres la color del cèl,
Lo segond demòra esgaventat, sensa vèl,
Dins un raive ciane que d’escur s’enquadra,
Ont l’asclat de la ròca e de la tèrra quadra.

Lo chist gris clu de fòrça nòstres uèlhs,
E dins l’esperit naisson vièlhs orguèlhs:
La pèira dura que lo penjal frena e cana,
Bota en fòrça la paraula oxidiana.

Da lì in avanti si procede lungamente e lentamente, prese le distanze dal mondo degli automi si penetra nelle dimore della natura e dell’incanto. Sapevi già che le montagne non sono barriere di roccia inerte ma il corpo di un dio diviso, smembrato. Quel ch’è Tifone, celato sotto l’Etna, quel che sono i suoi alleati, Atlante e Prometeo, qui prendono le forme delle linee telluriche che spaccano le rocce metamorfiche e ne fanno scaturire acqua che s’ingrotta, e scivolare pietra fine come sabbia e tutto questo non è che il ricordo ricorsivo di un eone dentro un eone precedente, di un altro Manvatara.

Camminiamo su rocce che un tempo furono sottomarine, sotto le quali sentiamo che altra acqua scorre ancora e lungo le linee telluriche qualcosa prende le sembianze della Viverna del Visol, la vipera alata che porta sulla fronte un rubino scintillante da cui talora scaturisce quel sangue che toglie ogni sfortuna e può donare pelle invulnerabile come la roccia delle montagne.

Chaminam sus de ròcas que foguèron de mar,
Ont l’aiga sota terra s’entend encara passar.
Long de las linhas secretas de la fòrça fonsa,
Qualquarren d’antic se desvelha e responsa.

Es la Viverna, la vipera de l’eternitat,
Que d’un rubis d’en frent esclarís la sfortunitat.
Lo pèira nuda brilha d’aquel fòrt fust,
Ont lo sang raja d’un biais fòrt e just.

Aquel sang roge que dona la pèl de fèrre,
Inpalpabla e dura coma nòstra tèrra,
Per restar per totjorn, sensa l’ira que cana,
Invulnerables coma loza, ròc de la montanha.

Passo dopo passo giungiamo sul farsi della sera al cospetto del Re di Pietra e della Regina: i loro volti si specchiano. Dice la leggenda che il Re Visol volle sposare Besimauda la Bisalta: ma per tanti litigi, gli dei infuriati decisero di pietrificarli entrambi. Visol accettò la pena; ma chiedette che almeno fossero elevati così in alto da potersi guardare in viso per l’eternità. Gli dei sorrisero: perché non sapevano se questo desiderio sarebbe stato premio o ulteriore condanna, così concedettero. E a ciascuno fu dato anche un lago per specchiarsi e tentar di capire.

Siamo al rifugio Quintino Sella. Io, anacronisticamente mazziniano, m’interrogo. Idee politiche opposte: Sella voleva un’Italia unita sotto il re; Mazzini una repubblica democratica guidata dal popolo. Entrambi consideravano Roma come l’unica vera capitale possibile per l’Italia unita. Dormiremo in camerata alpina sognando la resistenza.

Giovedì 20. La Valle di Smeraldo e il Rifugio Sottosopra.

Il giorno seguente il percorso sarà da qui a un altro rifugio, il Vallanta. Procediamo salendo. Il paesaggio è splendido, non a caso questo luogo è detto Valle di Smeraldo; tuttavia il tempo peggiora. Si sale, ma sale con noi anche la nebbia. Il rifugio non è ancora in vista e sebbene il sentiero sia ben tracciato, ecco arrivare il momento del dubbio: mentre la pioggia comincia a battere forte, ad un bivio troviamo un solo cartello che nulla dice sul Vallanta. Qualcuno soffre la stanchezza; la salita è ripida, la nebbia s’infattisce. Ma è una spedizione del Club Alpino e l’esperienza delle guide viene a sostegno del momento. In cima al promontorio, se non è un inganno della nebbia, c’è un altro cartello. E, proprio mentre lo raggiungiamo, le nebbie si diradano e appare come in un sogno il profilo del Vallanta.

Il cartello lo dà a 10 minuti: e da quella distanza, complici le volute delle nebbie, l’inusitata sagoma ci appare sghemba. Ci avviciniamo, e vediamo che quel che sembra il fronte invece è il tetto, una grande copertura che arriva fino a terra, rivestita in lamiera di acciaio inossidabile per resistere al vento forte, al ghiaccio e ai pesanti carichi di neve d’inverno, ecco la struttura progettata dallo Studio Toniolo e realizzata tra il 1978 e il 1982, eccellente esempio di moderna archittettura integrata nel paesaggio; per noi, provvidenziale riparo nella pienezza del significato della parola “rifugio”. Nella notte, un ragno intesse e costella per tele di sogni il mio destino.

Venerdì 21. Dal Vallanta al Plan dels Franceses e poi giù al Buco.

Al risveglio, la pioggia ancora battente e un ritardo di marcia a scandire il tempo per qualche inattesa lettura di montagna. Resto sospeso tra una foto di George Mallory che sparì da qualche parte nell’Himalaya, ed una di Quintino Sella che nel 1863, dopo aver conquistato la vetta del Monviso, decise di fondare il Club Alpino Italiano; ecco dunque Alessandra Boarelli, prima donna in cima al Monviso. L’immancabile Reinhold Messner mi avverte – a me che mai tenterò un’arrampicata – che non si può passare la notte sulla cresta nord dell’Everest, perché non c’è abbastanza ossigeno, mentre sulla cresta ovest è possibile. Lo terrò a mente, non si sa mai. Ma la vera notizia è che George Everest era un cartografo dell’impero britannico, mentre il nome del monte in tibetano è Chomolungma, che significa Dea Madre della Terra. Frattanto, la pioggia è passata e possiamo metterci in marcia.

Andiamo al punto più alto del nostro percorso. Il paesaggio cambia, le rocce frastagliate lasciano spazio a praterie di cresta e valichi esposti, luoghi storicamente attraversati dagli eserciti e legati ai confini e alla memoria delle valli. Questo tragitto, che unisce la Val Varaita alle praterie di cresta battute dai soldati d’Oltralpe, chiude l’itinerario tra geologia e leggenda. Le distese di pietra sono testimonianza della Titanomachia, del Ragnarök, il crepuscolo degli dei che rappresenta la fine del mondo dell’eone che ci ha preceduto. Le creste del Monviso, quelle due punte di lancia che sembrano ricordare l’assalto al cielo dei Titani, qui trascolorano in un urlo di pietra il cui destino è andare in frantumi. I grifoni che volteggiano sul Pian dei Francesi sorvegliano un pianoro in vetta al quale un masso delimita il senso che segna il bivio tra l’umano e un trascendente non più attuale; che dalla perdita del Logos si spinge sino a Sophia e da qui giù al mondo sotterraneo.

Dichèm adieu al Vallanta e a sa nuda ròca,
Ont lo gèl e la pèira l’esperit mai tòca.
Chaminam en davallant vèrs lo fons del camin,
Ont l’aiga desparéis sota un cèl de colòr fin.

Las linhas telluricas de la vièlha Viverna,
Se pèrdon dins l’erba que la fòrça governa.
E pas aprèp pas, sota l’uèlh del gigant,
Arribam al replat ont se calma lo vent
.

Es lo Pian dels Franceses, tèrra de memòria,
Ont la ròca del mar a chanjat sa fòrta istòria:
La pèl es invulnerabla, lo viatge es fenit,
Sota lo front del Vísol que nos a totjorn vist.

Andiamo giù per un tratto da cui si diparte un territorio che le carte, la storia e i segni dicono “è francese“, una pietraia dove per poco in un passaggio tra mille non scivolo e non cado. Proseguiamo lungamente discendendo sino a valle dove le marmotte si mostrano senza timore né pudore e l’acqua, mai assente, nuovamente si raduna in cima al colle che presiede un triangolo d’oro in cima al quale c’è un rifugio dove possiamo prendere café au lait che troviamo dentro una caffettiera a stantuffo, di quelle azionate con sistema per il filtraggio a pistone, brevetto del 1852 di Meyer e Delforge.

Si riparte in salita per il “Buco di Viso“, tra acque che corrono giù da pareti scoscese. Le aquile dominano sovrane queste alture. La salita s’impenna dove il rifugio sparisce alla vista; M. è una stella alpina che sale con grazia e passo fermo e costante, le sue gambe le sue braccia oscillano con moto di gazzella. Ogni fessura tra le rocce da lì in avanti promette d’esser il famoso “Buco” ma non è quello; le traiettorie si espandono si estendono si allungano e si espongono a dirupi intervallati da attraversamenti sempre più difficili che richiedono la metamorfosi in capre di montagna o stambecchi come quelli che vedi.

La montagna soprattutto insegna che mai si deve perdere il contatto con la realtà dei passi e, uno dietro l’altro raccolti, arriviamo finalmente a quel che fu e resta il primo traforo delle Alpi. Sono solo 65 metri, fatti perché possa passarvi attraverso un uomo con un mulo che porta due sporte di sale: dunque è comodo abbastanza ma non tanto da fare senza luce sulla fronte, perché il fondo è irregolare.

Attraversato il “Buco”, sopra le nostre teste sono pronte le corde per l’arrampicata che non faremo. Assetto Senior. Giù, un nuovo panorama di scarpate e la memoria di questa follia umana di confini, incassata nella roccia una caserma e poi ancora una trincea e filo spinato ancora arrotolato nella segreta speranza che nessuna guerra possa tornare.

Sabato 21. Boschi di Crissolo, Rio Martino e Congedo occitano.

Alla fine e nel principio, il cammino è un’Invocazione alla Luce, un gesto prolungato di meditazione e adorazione, di assorbimento nella natura. Per esprimerlo ricorrerei alla parola giapponese Shugen-do o alla sanscrita Prakrtilaya, strumenti a chiave per alludere a un mistero profondo e minerale che per vie ilozoiche – da Esiodo passando a Virgilio a Dante a Milton a Blake e fino ai quadri di Nikolaj Roerich – dichiara di voler risorgere, ma non può: non senza il coinvolgimento attivo di piccole creature che ne attraversano le fatidiche dorsali e, per barlumi di coscienza, tra chitta e sattva procedono con provvisori ma decisi passi.

Tra i boschi si nasconde infine l’accesso a Rio Martino, il fiume sotterraneo dove sono le vene che si legano a quel sangue versato dalla Viverna, che conferisce pelle invulnerabile come la roccia delle montagne. Lasciamo così l’eco del Regno dei Fanes, coloro che comprendono il canto degli uccelli e sanno tradurre i respiri dei boschi: ma nell’ultimo passaggio non perdere l’attenzione, non parlare a voce alta; fa’ che non ti senta Spin de Mul, poiché è lui l’alleato di Ade. Lo sanno bene i trovatori siciliani, ché la Schiena dell’Asino è lì, e conviene accordar la lira all’Oc e all’Oeil. Alle infaticabili marmotte è consegnato infine il più lieve dei segreti, il collegamento tra il mondo di sopra e quello di sotto: solo la pace può tenere a freno il regno della morte. Questo il segno: non sia toccato l’occhio della Viverna.

L’Eco dels Fanes e lo Secret de la Patz

Laissèm l’eco dels Fanes e de sa genta fada,
Que compren lo chant de l’auçèl dins la combada.
Crosam los bòscs e lo respir de la tèrra,
Mas que degun parle de sang ni de guèrra.

Que lo fachurier Spin de Mul nos dialogue pas,
Él qu’es l’amic d’Ade e del darrièr pas.
Las marmotas gardan lo secret lo mai fòrt:
Solament la patz pòt arrestar la mòrt.

Aqueste es lo senhal per l’uman que camina,
Ont la ròca del mar vèrs lo cèl se declina:
Que degun tòche, per d’aur o per d’estèrla,
L’uèlh de la Viverna, la nòstra fòrta pèrla.

A se revire, Visol!

Davide C. Crimi. Testo e poesie originali dell’autore.

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