Questo articolo non è una riflessione su un film di cassetta di questi giorni estivi e caldi. Non mi importa un fico secco di questo film.
Non lo vedrò; e non per snobismo, ma perché tutto il cinema occidentale mainstream è diventato terribilmente stupido e quasi mai vale il prezzo del biglietto. Non è importante. M’importa invece del mito – o meglio della leggenda – perché propriamente mito è termine da attribuire al mondo degli dei, laddove leggenda può andar bene per i mortali: ed Ulisse è un mortale.
Non solo è un mortale, ma è un mortale pericolo che l’Occidente ha scelto non soltanto di correre ma di esaltare: e cioè il pericolo per l’anima di rimanere costantemente all’interno di una menzogna o, ancor più: di una sequenza interminabile di menzogne.
Già i greci s’erano accorti di questo paradosso e Sofocle – soprattutto nella tragedia Aiace – con questo intento mette a confronto i due eroi: il valoroso combattente Aiace e il perfido ingannatore Ulisse-Odisseo. Attraverso i suoi inganni e i pensieri tortuosi, riesce a vincere lui, il sovveritore dei significati.
Con il suo suicidio Aiace segna la fine dell’Arcadia: va in pezzi il mondo antico dove la parola va mantenuta, dove la promessa è un patto irrescindibile: e tutto a vantaggio di una nuova generazione di spregiudicati saltafossi costruttori di artifici finalizzati all’inganno, alla frode: questo è l’Occidente e il suo campione è Ulisse, quell’Ulisse che Penelope finge di aspettare sol perché è per lei il fantoccio necessario per tessere in assenza le sue personali alleanze e trame di potere.
Da qui in avanti l’Occidente ha dimenticato la grandezza del mondo degli dei, inaugurando un’età plebea dove ciò che importa è unicamente ottenere vantaggi e ricchezze: senza dignità , senza onore, senza valore alcuno.
Nel perdurare di questo modello, sarebbe sciocco pretendere dalle rappresentazioni moderne, al cinema o al teatro, la perfetta fedeltà ai testi del passato. Il caso d’attualità che ha dato pretesto all’argomento ha persino il mito dalla sua in almeno un’occasione: la Elena nera, scalpore per i benpensanti, è legittimata da Afrodite. La dea della bellezza, infatti, è Afro, quindi è nera; ma non è questo il punto, non distraiamoci.
Se mai, ci interessa l’elemento di discontinuità , di pretesto, cui si assiste in numerose tragedie di questi anni ’20 tra quelle rappresentate a Siracusa. Non desta stuprore, perché finché il modello è Ulisse, il paradigma è la menzogna.
Ulisse è l’antesignano del Newspeak di Orwell e in quest* suppost* 1984 a.C., la menzogna ha già trionfato. Non importa se la data è corretta oppure no. Importa che sia plausibile, verosimile: questa è la modernità , questo è l’Occidente. A.C.D.C., highway to hell.
A chi piace può andar bene: ma, per andare oltre, non si tratta di dire mi piace o non mi piace; si tratta di esser capaci di distacco e di discriminazione. Solo allora si potrà mettere a fuoco un inganno dove il problema non è (ripeto, perché non facciamo altro che cliccare e scrollare) mi piace o non mi piace – roba che andrebbe circoscritta a emozioni adolescenziali – ma di giungere alla comprensione che l’Occidente è contro la maturazione, è contro la responsabilità , è contro l’autodeterminazione del singolo e dei popoli.
Le élites dell’Occidente hanno sin ora agito attraverso una cattività mascherata da libertà , dove la parola “libertà ” è spesso indebita, comunque sempre ostentata e abile a contenere stabilmente la sua negazione: è piuttosto l’affermazione del potere che pensa di poter fare ciò che vuole e di destinare al mercato privato anche le espressioni più alte dello spirito: come giocare a calcio. In scena nelle cronache di questi giorni, un altro film orribile: il tentativo di privatizzazione della FIFA, ente organizzatore dei mondiali di calcio, un altro trabocchetto di Odisseo.

Questo è l’Occidente: menzogna permanente di cui Ulisse è il testimone e Omero, semmai è esistito, è l’anima persa che tanto fa comodo a questo modello pietistico di mentalità pseudocattolica, che peraltro non ha niente a che vedere con i principi mistici del Cristo o del Buddha o forse, meglio ancora, più che di questi giovani inconsapevoli, della saggezza antica che sta dietro le laminette orfiche. Come ben sapeva Ettore Romagnoli – cui la cultura italica deve la ripresa della rappresentazione delle tragedie greche a Siracusa – le origini stanno oltre i monti della Tracia, al di là del Caucaso dove giace incatenato Prometeo, nelle remote regioni dell’Iperborea, dove s’intravedono i deserti e le lontane altissime vette dell’Himalaya.

