Catania, Sicilia, Sud etc.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Dalle criticità accumulate -Sud, Sicilia, default di Catania- si può uscire solo con un grande balzo in avanti.
di Francesco Attaguile

Gli argomenti esibiti dal vicepremier jr Luigi Di Maio su LaSicilia di sabato 22 luglio u.s. non richiederebbero molti altri rilievi critici, perché già a pagina 8 di quel giornale nello stesso giorno molte autorevoli opinioni, fra cui quelle di Bruno Vespa, Gabriella Bellucci e i numeri di Tito Boeri, hanno smantellato pezzo per pezzo quel “comizio”.
La “risposta” del Presidente della Regione Siciliana sopraggiunta l’indomani sullo stesso quotidiano si limita, forse per non incrinare la parziale coincidenza della maggioranza che sostiene i due rispettivi governi, ad evidenziare i meriti del governo regionale nel ripristinare servizi e condizioni di vita accettabili dopo le devastazioni di Crocetta, evitando però di calcare la mano sulla scomparsa dello sviluppo del Sud dal contratto di governo nazionale etc.etc.
Alcuni passaggi di quella che Di Maio indica pomposamente come “ricetta per la Sicilia” vanno tuttavia stigmatizzati perché, originati dall’evidente confusione dell’autore, la diffondono presso un’opinione pubblica già intontita dal martellamento propagandistico giallo-verde.
Mi riferisco sia agli slogan che hanno depistato la campagna elettorale, con promesse come “dignità”(o disoccupazione?), “reddito di cittadinanza”(o elemosina al posto degli investimenti?), flat tax (o togliere ai poveri per dare ai ricchi?), sia agli altri rimedi superficiali e contraddittori indicati per i mali del Sud e della Sicilia.
Purtroppo la disoccupazione giovanile non è ad un 30% già spaventoso, come scrive il disinformato (!) ministro del lavoro, ma ben oltre il 50%, mentre sviluppo e occupazione non si improvvisano con i pochi milioni recuperati ritagliando la pensione a qualche ex consigliere regionale. Soprattutto non si rompe la corteccia politico-burocratico-clientelare annunciando una maggior tutela dell’autonomia regionale, che è invece la vera origine del blocco che soffoca in Sicilia cittadini, imprese e sviluppo. Chi tutela questa autonomia vuol dire che non mira al cambiamento, ma ad ereditare e perpetuare il sistema, come del resto ha cominciato a fare il governo nazionale, comprese le nomine di vecchi e nuovi amici siciliani come “consulenti” ministeriali nell’ambito dell’abbuffata di nomine in corso dovunque : altro che rifiuto delle poltrone e cambiamento dei metodi clientelari !
Neppure la “risposta” del volenteroso presidente Musumeci indica tuttavia una terapia risolutiva -necessariamente d’urto- per il Sud e la Sicilia.
Al punto in cui siamo e per restituire un futuro ai nostri giovani non è purtroppo sufficiente porsi il pur importante obiettivo del funzionamento dei servizi o del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro : occorre uno sforzo straordinario, un salto di qualità, un colpo d’ala lungimirante con un progetto ambiziosamente utopico, capace di mobilitarci tutti per porci in testa e non più in coda alle regioni europee.
Questa alternativa richiede però misure assai più radicali : innanzitutto rivoluzionare i livelli di governance territoriale, a partire dai Comuni per risolverne il dissesto, dagli enti intermedi frettolosamente aboliti da riedificare in un diverso contesto, fino alle regioni, da rifondare iniziando dalle “speciali”.
Il default di Catania, la paralisi degli enti intermedi e il blocco burocratico-clientelare delle Regioni meridionali non si superano con le toppe ma richiedono interventi drastici, di vero cambiamento, come la documentata riforma già proposta dalla Società Geografica Italiana, che prevede 36 Dipartimenti regionali al posto delle 20 regioni e delle 110 province, di dimensione più attuale e vicina ai problemi del territorio, con potere legislativo e facoltà di aggregarsi in macroregioni europee per realizzare programmi e obiettivi comuni. In Sicilia ne sono previsti tre, intorno alle aree metropolitane di Palermo, Catania e Messina (quest’ultima estesa alla Calabria meridionale, come area metropolitana dello Stretto, unita dal ponte). Secondo questo modello, da tempo sperimentato con successo con le Province Autonome di Trento e Bolzano, resterebbero solo pochi poteri residuali in capo ad un’assemblea regionale non elettiva, formata dalla seduta congiunta dei consigli dipartimentali elettivi.
Così davvero si volta pagina e si riparte, per fare del Sud d’Italia, della Sicilia, di Catania, Palermo e Messina/Reggio, internazionalizzate e con infrastrutture finalmente europee, il perno dello sviluppo del Mediterraneo e la piattaforma avanzata dell’Europa verso i nuovi motori del mondo, tutti (domani anche l’Africa) provvidenzialmente ubicati a Sud.
Le grandi crisi offrono l’opportunità per grandi svolte epocali (anche le migrazioni fanno parte della voce opportunità) purché si abbia il coraggio e la lungimiranza di superarle con un grande balzo in avanti, opponendo il ritrovato impegno di tutti ed una impennata di responsabilità collettiva a chi contrabbanda come ricetta per il cambiamento solo demagogie elettorali per costruirci sopra carriere personali.

Francesco Attaguile*

*già Sindaco di Catania e Direttore dell’Ufficio di Rappresentanza a Bruxelles della Regione Siciliana

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