Sul recente dibattito in merito alla spesa comunitaria in Sicilia

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§1. I dati e la solita, tradizionale, “opera dei pupi”

La schermata sopra riportata, estratta dal sito “OPENCOESIONE”, su un’opera importante come il raddoppio della linea ferroviaria Catania-Palermo, dichiara ad oggi un avanzamento del 4%. Punto. Attraverso il sito al quale si offre collegamento, si può interrogare il sistema per ottenere risposta sullo stato di avanzamento di altre importanti opere infrastrutturali. Non adatto alle persone sensibili.

Un articolo de “Il Fatto” aggiunge che non si tratta di vicende del passato, riferendo la solita dinamica agli eventi culturali. “Sicilia, fondi Ue spesi in sagre e presepi. Bruxelles blocca rimborsi per 70 milioni” titola l’articolo del 29/11/2015.

Poi c’è il “digital divide”: e non solo in termini culturali e tecnologici. “Sicilia e-servizi”, il società dell’informatica per la Regione Sicilia, poi rinominata “Sicilia digitale”, avrebbe prodotto un buco da 46 milioni di euro (articolo di LiveSicilia del 05/06/2017).

Il 13 gennaio 2016 Falgares, dirigente regionale della programmazione, quantificava in circa 300 milioni di euro il plafond definito “a rischio” sulla spesa certificata del Fesr 2007-2013 (articolo del Giornale di Sicilia del 13/01/2016).

Il coro funebre che segue la sentenza del Tribunale UE non arriva certo inatteso. Il ricorso dell’Italia, che ha cercato di rispondere alle contestazioni ricevute dalla Commissione europea sul Por 2000-2006, è stato rigettato.  I giudici del Lussemburgo hanno confermato il taglio di 380 milioni di euro a fronte di un totale di 1,2 miliardi di euro (articolo di Meridionews del 25/01/2018).

Secondo Manlio Viola (PalermoblogSicilia), «Non ci saranno conseguenze per il bilancio della Regione», ma la benevola analisi, che rallegra il ragioniere con il dire che non ci saranno problemi per il bilancio perché non si tratta di dover restituire, tuttavia rattrista l’economista e il filosofo, perché significa che abbiamo perso quel che era nostro e non abbiamo saputo usare. La tesi di Viola è interessante, perché dice molto di un modello culturale molto diffuso, se non egemone in Sicilia: «Di fatto questa sentenza sancisce definitivamente (o quasi) il fallimento dell’era dei così detti ‘Progetti Ponte’ ovvero quando la Sicilia, rendendosi conto di essere terribilmente indietro con la spesa europea, provò a mettere in campo furbizie di spesa». Si potrebbe fare ironia sul tratto nostalgico del “quasi”, ma non è questo il vero problema, nel senso che attribuire ai ‘progetti ponte’ (in realtà si diceva ‘progetti sponda’) la responsabilità del caso è, oltre che inesatta nell’attribuzione, sintomo evidente di un  terribile errore culturale.

§2. Oltre il dato contabile: i fattori culturali

Mezzogiorno irredimibileLa causa effettiva di tutto questo, come ho dimostrato ampiamente con l’e-book «Mezzogiorno irredimibile: vent’anni di fondi strutturali: un’analisi» è il segreto di Pulcinella, quello cioè che sanno tutti e che ritroviamo puntualmente nella sentenza. Già la Commissione aveva constato irregolarità relative a «progetti presentati dopo la scadenza del termine, spese di personale non correlate al tempo effettivamente impiegato, consulenti esterni privi delle qualifiche richieste, giustificativi di spesa insufficienti, spese non attinenti ai progetti, violazione delle procedure di appalto e di selezione di docenti, esperti e fornitori»: tutti aspetti molto diversi dalla semi-innocente “sostituzione” operata attraverso i progetti sponda. Il “giochino” è molto più malizioso di quanto non appaia e il testo accanto spiega in dettaglio le modalità di funzionamento.

La vera matrice, come rivelano i barocchismi di Viola sopra riportati, è di natura culturale. E sono talmente radicati che la mafia si annida anche nell’antimafia e nelle strutture più forti del potere. Il caso di Roberto Helg, numero due dell’antimafia siciliana, presidente della camera di commercio ed ex-presidente della società di gestione dell’aeroporto di Palermo, è emblematico. Già i troppi incarichi sono un buon indicatore. L’arresto è avvenuto in flagranza di reato con una mazzetta da centomila euro in mano (Giornale di Sicilia del 27/09/2016). Una stampa troppo spesso arrendevole e garantista all’eccesso con i potenti e giustizialista con i poveri quasi prendeva toni lamentosi sull’eccesso di pena. Presto fatto. Del resto, con ogni classico elemento di omertà, poiché l’imputato non ha parlato né coinvolto altri (la posizione dell’ex direttore  generale della Gesap, Carmelo Scelta, critica secondo le indagini) e dunque, è presto arrivata la revisione della condanna (Repubblica del 25/01/2018): pena ridotta di un anno, da quattro anni e otto mesi a tre anni e otto mesi.

§3. Mafia dell’Antimafia?!

I giudici di Palermo hanno rideterminato la pena come aveva indicato il pronunciamento della corte di Cassazione, sostenendo che Helg è colpevole per estorsione, ma non c’è l’aggravante di aver commesso il reato “nella sua funzione di incaricato di pubblico servizio”. La corte d’Appello lo ha quindi condannato solo per l’estorsione semplice. L’impianto logico appare discutibile, perché Helg era accusato di avere costretto il pasticciere Santi Palazzolo a pagargli una tangente da 100 mila euro per non perdere lo spazio che la sua azienda ha all’aeroporto Falcone Borsellino di Palermo. Roberto Helg, ex figura centrale dell’antimafia palermitana è stato anche presidente della Camera di Commercio. Del resto, Helg non ha fatto nemmeno un giorno di prigione, dal due marzo 2015 è stato sempre ai domiciliari per motivi di età e di salute e comunque per legge può ottenere gli sconti previsti per la buona condotta, la cosiddetta liberazione anticipata. Da qui la ormai imminente remissione in libertà.

La riflessione sopra svolta sull’antimafia in Sicilia, vista dal prisma ottico di uno dei suoi protagonisti, dimostra lo stato di salute. Ma, per non dimenticare, e per non fare di Helg ciò che non è, un capro espiatorio, dovremo ricordare anche lo stato di cose relativo ai beni sequestrati alla mafia. L’inchiesta sul magistrato Silvana Saguto (Giornale di Sicilia, 22/01/2018), da cui emerge una gestione “allegra” di un “cerchio magico” al quale afferiscono amministratori giudiziari, professionisti, altri magistrati, docenti universitari, parenti stretti, con capi di imputazione che vanno dalla corruzione al falso, dall’abuso d’ufficio alla truffa aggravata.
§4. Non è un problema contabile
In queste condizioni, è impossibile risolvere con dati contabili il problema dei soldi restituiti (o meglio: ottenuti in assegnazione ma mai utilizzati e ormai non più utilizzabili) all’Europa. Il problema ha una caratura differente, e chiama in causa l’intero sistema di potere, la corruzione dei più alti esponenti delle classi sociali più interne al potere, la supremazia di una classe parassitaria che esercita il potere, che ha invaso persino l’antimafia ed è endemica e trabocca, con arroganza, da tutte le porte del sistema.

Tornando all’argomento di partenza, il ricorso sulla decisione inerente i fondi comunitari assegnati alla Sicilia per il periodo 2000-2006 chiedeva l’annullamento della decisione della Commissione del 2015, motivando tale annullamento in parte per ragioni sostanziali (travisamento dei fatti e violazione del principio di proporzionalità) e in parte per ragioni formali (carenza di motivazione). Nella sua sentenza, il Tribunale ha rigettato integralmente il ricorso, poiché in questo non si trova traccia di una plausibile erroneità della decisione della Commissione e del procedimento, sottolineando, al contrario l’innegabile esistenza di errori sistemici, insufficienze nei sistemi di gestione e di controllo del POR Sicilia, che si sono manifestati nel corso di diversi esercizi finanziari e ai quali non è stato posto rimedio. 

La vicenda è importante, perché getta luce, impietosamente, non tanto sulla incapacità di utilizzare i fondi strutturali, quanto sul sistema patologico di innesti sovrastrutturali di corruzione che rendono impossibile la gestione razionale. Non mancano le competenze: non è questa la diagnosi che fa fatta. Manca la possibilità che chi detiene la competenza possa realmente svolgerla. Un sistema oscurantista, bizantino, dominato da classi parassitarie che si tengono per legami di corruzione è l’elemento più preoccupante che questa analisi fa apparire, con tanta chiarezza da non poter essere giudizio di parte o politico, ma dato sociologico inequivocabile.

§5. Garantismo e giustizia

È giusto precisare, in conclusione di questa analisi, che l’assunto da cui queste considerazioni muovono non ha nessuna inclinazione giustizialista. Al contrario, si assumono tutte le prospettive del garantismo, che sono doverose. Ma, proprio per queste ragioni, non possiamo non accorgerci che queste garanzie sono totalmente asimmetriche, nel senso che sono formidabili per le classi abbienti e sono miserabili per la povera gente. E tuttavia, se possiamo comprendere un reato compiuto da chi ha fame, non possiamo accettare i reati perpetrati da ricchi corrotti che girano su macchine di lusso pagate dallo stato. In queste condizioni, non c’è che prendere atto di una situazione ingiusta e disperata.

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