Il “no” irlandese

Il “no” del referendum irlandese alla ratifica del Trattato di Lisbona, seguendo l’abbandono del progetto di Costituzione Europea dovuto ai precedenti esiti dei referendum di Francia e Olanda, è stato espresso su un testo che ha ridotto molto le ambizioni di unità europea.  Per questo motivo, lo stop che proviene dall’Irlanda è certamente un segnale dissonante che genera preoccupazione. 

La preoccupazione è determinata soprattutto dal fatto che un risultato simile segna il prevalere del populismo (la paura della competizione, il rifiuto di confrontarsi, il pregiudizio contro la burocrazia) rispetto alla realtà della ragione (il fatto che il costo che grava su ogni cittadino per sostenere l’Europa è effimero, che l’Europa è la garanzia di una mediazione internazionale in condizione di prevenire i conflitti, la crescente globalizzazione dell’economia mondiale che rende inattuale e inconsistente ogni nazionalismo e localismo).

La preoccupazione è ancora più forte se si pensa che l’Irlanda è stato il Paese che meglio di tutti ha saputo approfittare dei Fondi Strutturali nel periodo 2000/2006 e che dunque ha tratto maggior vantaggio dall’essere parte dell’Unione Europea: dati economici alla mano, l’Irlanda è la nazione che ha mostrato i più alti differenziali nei tassi di sviluppo ed una forte capacità di acquisire risorse comunitarie. 

La preoccupazione è motivata non dal fatto che bisogna essere a tutti i costi e necessariamente, per un pregiudizio ideologico, a favore dell’Europa: non è certo questo il punto.  Così com’è vero che ci sono delle materie in cui l’Europa farebbe meglio a non intervenire (come si prepara una pizza, la misura delle quote latte, etc.) ed altre in cui dovrebbe invece intervenire (una posizione comune sulle politiche energetiche, sulle forze militari in Medio Oriente, etc.).  Il problema è che, in questo modo, continuando a non avanzare, si torna indietro.  E, come ci fanno notare gli americani, torniamo indietro sui diritti.  L’economista Rifkin, ad esempio, nel libro “The European Dream”, sottolinea come il progetto di Trattato Costituzionale, se adottato, avrebbe configurato il più avanzato sistema di diritti del cittadino di cui si sia mai avuta espressione storica.  Con il no di Francia e Olanda abbiamo gettato alle ortiche questa opportunità. 

Con parole velate dal necessario senso diplomatico, il presidente della Commissione Europa Barroso fa capire, con la sua dichiarazione ufficiale, che abbiamo ceduto alla leggerezza di buttar via anche la stabilità, rischiando di tornare a un clima di nazionalismo che non fa bene né all’economia né alla possibilità di concepire una vita di integrazione e armonia. 

Insomma, preferendo il populismo alla ragione, scegliendo il nazionalismo invece dell’Europa, stiamo facendo gli interessi di alcune ristrette oligarchie nazionali e buttando via il sogno della libertà individuale di ciascuno di noi.

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