Marylin Monroe, a cent’anni dalla nascita. Rilettura di una Sfinge che canta.

Mettere in scena Marilyn Monroe è un gesto rischioso. La sua immagine, più che un personaggio, è un archetipo mediatico, uno dei Miti d’oggi, per evocare la formula di Roland Barthes. Un mito talmente sedimentato nell’immaginario collettivo da dover riferire alla voce “non replicabile”.

Questa recensione prova ad analizzare MarylinTroppo bionda per essere creduta – lo spettacolo scritto e interpretato da Melania Giglio e diretto da Daniele Salvo, in scena in questi giorni al Teatro Manzoni, nella ricorrenza del centenario dalla nasciata, attraverso una serie di osservazioni. Lo spettacolo affronta la figura di Marilyn come territorio teatrale fragile e pericoloso, riducendo la materia narrativa all’essenziale e organizzandola attorno a due presenze maschili che assumono il ruolo di perni drammaturgici: Joe DiMaggio (Danny Bignotti) e Milton Greene (Sebastian Gimelli Morosini). Soluzione efficace sotto il profilo scenico e narrativo: due prospettive diverse, due specchi attraverso cui si rifrange la protagonista.

DiMaggio, primo marito, rappresenta l’urto con la vita reale, con l’energia fisica, con l’orgoglio antagonista dell’atleta, del maschio siculo-americano del Novecento; Greene, invece, incarna uno sguardo mobile e danzante, sospeso tra fascinazione artistica e sintonia emotiva. Bravo il primo interprete, capace di restituire l’impeto e la tensione dell’uomo sportivo travolto dalla gelosia per la donna e per il mito che ha accanto; bravo il secondo, che trova una cifra scenica fatta di una solida aleatorietà, e con passi di danza attraversa le immagini senza fissarle del tutto. Qui si avverte forse che le luci dovrebbero assecondare di più i chiaroscuri delle distanze, sia fisiche – bene gestite attraverso i veli della scenografia – che psicologiche e di rimando simbolico.

In mezzo a questi due poli si colloca la Marilyn di Melania Giglio, frutto di un lavoro di ricerca e introspezione che pone al centro dello spettacolo la tensione tra forza e vulnerabilità: la Marilyn-star che domina la scena pubblica e la Norma Jean-donna che fatica a sostenerne il peso psicologico.

Melania Giglio costruisce una figura che non tenta — né chiede — di essere “somigliante”, ma di essere credibile nel conflitto interiore. È lì che il personaggio prende vita e manifesta il desiderio di staccarsi dallo stereotipo della donna avvenente per cercare una credibilità diversa: quella di una donna che pensa, che tenta un percorso di emancipazione, che intravede un significato ulteriore della propria esistenza. La difficoltà di trasformare questo desiderio in realtà ne segna il limite e, al tempo stesso, lo proietta verso una dimensione imponderabile.

Questo spettacolo si inserisce in un percorso ormai riconoscibile. Prima di Marilyn, Melania Giglio ha dedicato veri e propri ritratti scenici a figure come Edith Piaf, Amy Winehouse e Mia Martini. Più che un semplice filone tematico, si può ormai parlare di un genere teatrale: una serie di monografie sceniche dedicate alle grandi icone della musica e dello spettacolo del Novecento, affrontate non come biografie ma come territori emotivi da attraversare.

Questo lavoro può essere visto come peculiare espressione della formula teatro-canzone, con una declinazione diversa rispetto al modello codificato da Giorgio Gaber. Qui non si tratta dell’alternanza tra monologo e cantato. La musica è del tutto integrata nella struttura dello spettacolo, ne costituisce parte narrativa essenziale, complessiva, che non scivola nel musical, piuttosto cercando – attraverso la notevole estensione vocale dell’interprete – splendide derive nel jazz e nel blues. Resta al centro la dimensione esistenziale: le canzoni non sono mai pretesto, non interrompono la narrazione: se mai, la scavano.

Alla fine emerge con chiarezza la natura del sodalizio artistico tra Daniele Salvo e Melania Giglio. La loro eclettica collaborazione spazia su uno spettro semantico che dai Miti d’Oggi si estende alla profondità del Mito Classico: dalle icone del Novecento “cantante” alle più remote radici coreutiche della tragedia greca. Non a caso lo stesso duo è noto anche per alcune delle interpretazioni più intense del teatro antico, in Italia e all’estero, con un episodio fondante che ne segna e contraddistingue l’inconfondibile cifra stilistica: la famosa edizione dell’Edipo Re (Teatro Antico di Siracusa, 2013) che si apriva con la Sfinge che faceva risuonare un canto ancestrale.

È difficile non pensare a quell’immagine guardando questo lavoro: perché, in fondo, Melania Giglio sembra portare con sé proprio quella stessa figura enigmatica, attraverso cui giunge a una credibile Marylin Monroe infine, una sfinge che canta.

[DaCri]

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