di Diego Armando Maradona
Parte prima. Un luogo della cultura è un luogo comune? E, se si, in che senso?
Sono le cinque e un quarto. Mi trovo a passare da piazza Manganelli. Sul davanzale della ex chiesa di San Michele Arcangelo, oggi pinacoteca e luogo della cultura, vedo un lenzuolo sul quale c’è scritto: “La mafia comanda ancora a Catania”.
“Ancora” è scritto in corsivo perché rimanda, è ben impresso in mente per quelli che erano studenti negli anni ’90, al celebre libro di Claudio Fava “La mafia comanda a Catania“. Mi avvicino, vado a vedere, entro.
Ci sono un po’ di giovani post-ideologici. Penso che è un bene, la gioventù che si impegna non può che essere un bene. Il libro che si presenta è di un giovane che ha studiato in America. Penso che è un bene aver avuto la fortuna di poter studiare in America. Penso “America” di Kafka. Penso che sono ancora troppo ideologico.
Parte seconda. Personaggi ed interpreti. Al tavolo dei relatori siedono:
Riccardo Orioles, che è una figura importante del giornalismo d’inchiesta per Catania, al quale vanno riconosciuti gli onori del mestiere ma va anche, se è permesso, una gentile critica per il suo essersi un po’ troppo sdraiato sul personaggio dell’intellettuale deluso e perdente.
Matteo Iannitti, che cerca di far tesoro della lezione del maestro de “I Siciliani“, declinandola in salsa post-ideologica, che è di certo un fatto generazionale dovuto, ma anche qualcosa da dover dirigere verso qualche direzione. God save the Queen(?)
Eleonora Mastromarino, come reca la locandina, giornalista RAI, che fa gli onori di casa e ha il compito di far girare la parola da un relatore all’altro, con qualche annotazione che non ho annotato per mia colpevole distrazione argentina.
Enrica Riera, giornalista italiana, reca la locandina, alla quale si devono delle domande, sapendo che il giornalismo non consiste nel dare risposte ma nel fare domande. Questo è un punto che stavo per dimenticare.
Sacha Biazzo, che ha studiato alla scuola di giornalismo della Columbia University e siamo contenti per lui, confidando che questa conoscenza e competenza possano tornare in Sicilia con qualche brillante levigatura.
Sebastiano Ardita, magistrato che, come consulente della Commissione parlamentare antimafia della XIII Legislatura, ha redatto il documento relativo all’indagine sulla mafia a Catania ed è autore di alcuni libri di buon successo, tra cui “Cosa nostra s.p.a.”
Parte terza. Le idee.
Il libro di Sacha Biazzo, che è il punto di convergenza dell’incontro di oggi, è forse un po’ acerbo e in certo qual modo giovanile nell’impeto; ha però qualche merito. Intanto, va subito a cogliere – volontariamente o no, non importa – la lezione di Sciascia per cui non possiamo pensare la Sicilia come una terra dove accadono cose che in altri posti non possono accadere.
C’è una celebre intervista di Pippo Fava in cui lui dichiara che la mafia è egemone su tutto e che, se volesse, potrebbe invadere un piccolo stato come Israele e impadronirsene. Ecco, il mondo del capitale globale oggi ci fa mettere meglio a fuoco qualcosa che prima non era comprensibile nemmeno ai commentatori più acuti. E ridisegna chi e quanto.
L’avvento dei gangster al potere mondiale, dichiarato e non smentito, smaccatamente posto come condizione di forza e di prestigio, ha raggiunto un punto di inequivocabile chiarezza. La nostra epoca post-ideologica è totalmente alla mercé del dio denaro. Il crollo del muro di Berlino è stato il punto da cui in avanti il denaro è divenuto l’unico dio.
L’intervento di Sebastiano Ardita è stato illuminante. Ha fatto certamente luce, ma con una luce fredda, come sul tavolo della dissezione anatomica durante un’autopsia. Il cadavere è quello della società. La piccola borghesia della gente “bene” è morta. E’ morta perché i suoi anticorpi non funzionano più. Oggi, l’importante è solo avere i soldi. Non c’è più nessuna frontiera morale. Il magistrato ha concluso il suo intervento dicendo sobriamente “Non vedo soluzioni“.
Parte quarta. Riflessioni conclusive.
Probabilmente, uno dei libri che meglio spiegano il nostro tempo – tolto “Impero” di Toni Negri e Michael Hardt – è “La Quarta Teoria Politica” di Alexander Dugin: da questi periscopi, noi che siamo sotto le acque dell’inconscio, possiamo vedere qualcosa della realtà.
Lascio all’ipotetico lettore di frugare tra queste reliquie del pensiero. Per concludere questa frettolosa analisi devo solo aggiungere che il materialismo ha distrutto il pensiero progressista. Ciò non solo perché ha consegnato il pensiero irrazionale alle forze oscurantiste e reazionarie, ma soprattutto perché è stato imposto il divieto di pensare teologicamente, che invece è la forza neanche tanto occulta dei dittatori.
Non ce l’ho con Friedrich Engels, ma già Marx (se non lui, l’uso che se ne è fatto) è in certa qual misura disgregante in quanto espressione di una lacerazione all’interno dell’Internazionale dei lavoratori.
La scissione tra socialismo e comunismo, del resto, sarà portata a esiti irreparabili dalla cosiddetta Terza Internazionale – effetto programmato di abili infiltrazioni massoniche – in base alle quali si teorizzò “la separazione della falce dal martello“, ridicola idea in base alla quale solo il proletariato industriale sarebbe stato pronto alla rivoluzione e non anche i contadini: propaganda per dividere e indebolire i lavoratori.
Riprendere Proudhon e il socialismo pre-marxista? Bella idea, ma in chiave post-moderna l’ha già fatto – pretestuosamente e con declinazione newspeak – Bettino Craxi, con un revisionismo troppo americano che ha portato all’abolizione della “scala mobile”, l’indicizzazione dei salari al costo della vita, con una riforma commissionata a marchio USA. Il fatto che poi sia stato punito per essersi ribellato nella vicenda di Sigonella non si spiega tanto con un presunto antiamericanismo socialista, ma semplicemente per farsi bello agli occhi della contessa Marzotto, ma questa è un’altra storia che finisce con i dipinti di Guttuso.
Parte quinta. Esiti della riflessione.
La fredda ragione non può dare torto alla saggezza di Ardita, così come all’ “inutile presenza” dichiarata da Orioles. A meno che…
A meno che non si tenti l’impossibile: e cioè risalire la corrente dell’irrazionale e tornare all’utopia, foss’anche nella versione ridotta del linguaggio beatnik dell’Età dell’Acquario. Dietro si troverebbero la Stella del Mattino e il Sol dell’Avvenire. Ma per far questo occorre una forza interiore eccetera.
Nel frattempo, l’America Latina ribolle e sogna di liberarsi dal giogo dei gringos. Tempo addietro Ratzinger fu chiamato a metter fuori legge la “Teologia della Liberazione“, che stava diventando un problema per gli USA. Oggi assistiamo a situazioni allucinanti, tra cui il rapimento di Maduro, la ridicola attribuzione del premio Nobel a Corina Machado, le cafonate di Milei, i nobili tentativi di Lula e di Petro…
Intanto l’Occidente se ne frega. La Svizzera, un tempo avamposto dei diritti e della cooperazione, oggi è diventata un luogo dove qualsiasi fuorilegge è benvenuto, purché abbia danaro a sufficienza.
“La mafia comanda ancora a Catania”, oggi, è un titolo provinciale. La mafia è ovunque nel mondo. E vince. Se si vuol tentare di comprendere perché, bisogna intraprendere la via teologica.
Il “Sistema Montante“, il meccanismo post-P2 raccontato dal libro di Attilio Bolzoni “Il padrino dell’antimafia“, in base al quale un mafioso ha raggiunto i vertici dell’antimafia (un mafioso doc e una costellazione di colletti bianchi che, in nome dell’antimafia praticavano estorsioni e ricatti), è un’altra preoccupante dinamica che dimostra non una specificità siculo-italiana, ma una declinazione in siculo-italiano del newspeak del Grande Fratello a capo della Maggiore e della Minore Santa Assemblea.
Non è utile parlare chiaro. I significanti non significano più niente. Chi cerca il significato se lo deve andare a trovare studiando. L’intelligenza artificiale può aiutare, ma non sostituire.
In fondo, i manoscritti di Qumran e Nag-Hammadi sono una delle acquisizioni più importanti del secolo scorso, ancora tutte da comprendere.
Parte sesta. Una nota sul referendum sulla magistratura.
Rendere soggetta la magistratura al potere politico è un passo decisivo verso la dittatura.
Dire NO è importante.
