Appunti sulla SOGENE, cioè sul capitale finanziario immobiliare in Italia, con qualche annotazione sul significato dei Patti Lateranensi

Riceviamo e pubblichiamo:

Oggetto: Appunti sulla SOGENE, cioè sul capitale finanziario immobiliare dell’aristocrazia nera in Italia. Con qualche annotazione sul significato dei Patti Lateranensi

Cosa sia stata la Società Generale Immobiliare è ben documentato nella pubblicazione specifica dell’Archivio Centrale dello Stato del 2003, edita da Palombi editore in Roma per conto del Ministero per i beni e le attività culturali – Direzione generale per gli archivi. Andiamo subito a pagina 115 dove, dall’articolo di Franco Girardi “Ricordo del passato e spunti per il presente”, possiamo trarre: “Si può, infatti, anzitutto rilevare che la Società iniziò ad operare a Roma nel 1880 (anno in cui vi aveva trasferito la propria sede), al termine cioè del precedente decennio, apertosi con la Breccia di Porta Pia, nel cui corso era stato già avviato e portato avanti il processo di trasformazione della città, o meglio, di un disorganico agglomerato urbano compreso entro la cerchia delle mura aureliane, in capitale di un nuovo e importante Stato.  

Sostanzialmente, l’idea era quella di tutelare e governare il retaggio feudale delle proprietà della nobiltà dello Stato pontificio. Dal momento in cui questo era stato dissolto, si trattava dunque di mantenere il controllo del territorio attraverso il regime proprietario. Girardi prosegue:

Questo processo si era andato sviluppando in modo disordinato e tumultuoso, spinto dall’urgenza di provvedere, tra contrasti e mancati coordinamenti tra le autorità del governo piemontese e quelle locali e, anzi, con l’iniziale disinteresse delle prime all’adozione di mirati interventi finanziari e legislativi. Infatti, solo nel decennio successivo, dopo il fallimento del Piano del 1873, fu approvato il primo Piano regolatore di Roma (1883) e vennero stanziati, anche se in misura non adeguata, i primi fondi. Ciò, unitamente alla carenza tecnica ed amministrativa del comune, non in grado o non attrezzato ad affrontare lo straordinario e pressante compito, determinò, tra l’altro, l’intervento sostitutivo e massiccio, ma prevaricante, dei privati con frequente ricorso all’istituto delle convenzioni che, se sollevavano il comune dall’onere delle espropriazioni, lasciavano ampia libertà di azione agli operatori (questo istituto, come è noto, ha continuato ad avere applicazione sino ai nostri giorni, ma con un’evoluzione del contenuto normativo largamente a favore delle pubbliche amministrazioni e volto a disciplinare rigidamente l’intervento dell’operatore privato). Fu inoltre, in questo decennio che vennero scelte ed impegnate le direttrici di espansione della città. Si tenga, in secondo luogo, presente che l’intervento della Società fu prevalentemente finanziario consistendo, come già ricordato, nell’erogazione di mutui ipotecari a costruttori che andavano realizzando le loro iniziative nelle varie nuove zone di espansione.
In poche parole, la Società intervenne in un contesto già definito (e compromesso) e quale finanziatrice di operazioni altrui. Solo due iniziative possono considerarsi non rientranti in questo preminente quadro operativo che, peraltro, attestano l’apertura e la capacità della Società a volgersi verso altri obiettivi e cioè: il risanamento dei quartieri centrali di Napoli con la sistemazione della piazza Municipio, del “Rettifilo” e la realizzazione del rione Principe Amedeo nonché la lottizzazione a Roma di Villa Ludovisi. La prima, attuata dalla costituita Società del risanamento di Napoli, di cui l’Immobiliare fu promotore ed organo tecnico, rappresentò, per quel periodo, un intervento assolutamente al di fuori dell’ ordinario per le dimensioni e il contenuto di notevole impegno finanziario e organizzativo, che pose la società esecutrice davanti a numerose e nuove problematiche tecniche ed amministrative e costituì la prima attuazione in Italia della politica urbanistica applicata dal barone Hausmann per Parigi.

L’operazione fu, come è noto, varata da un apposito provvedimento di legge che, tra l’altro, dettò quei criteri per la determinazione delle indennità d’esproprio dei fabbricati che hanno continuato ad avere applicazione per oltre un secolo su tutto il territorio nazionale, flno alla normativa attuale. La Società riprodurrà a Catania, come vedremo in seguito, un’operazione analoga, consistente nel risanamento del quartiere centrale di San Berillo, disposta da una legge regionale e condotta dalla controllata società Istica che affidò alla “madre” l’organizzazione e l’esecuzione della complessa opera“.
Per chi d’interesse, il riferimento storico è importante, perché permette di comprendere meglio la natura politica e finanziaria dell’intreccio dello “sventramento”. Dallo stesso testo, l’articolo di Maria Emanuela Marinelli, “La Società generale immobiliare tra il 1862 e il 1920”, leggiamo:“Il Vaticano e la nobiltà cosiddetta “nera” partecipano ormai attivamente alle speculazioni indotte dalla trasformazione della città in Capitale. Ben noto è quanto compiuto da monsignor De Merode, con la vendita e l’edificazione dei terreni intomo a via Nazionale. Altro momento significativo è quello della costituzione del Banco di Roma, nei primi mesi del 1880, che si occupa subito di finanziare il settore dei servizi pubblici urbani della città. Se ci si sofferma sui nomi che più frequentemente ricorrono alla testa di tali società di servizi, si nota che essi sono sempre gli stessi, ed appartengono ad un gruppo ben definito, strettamente legato alla finanza vaticana: Blumensthil, Giustiniani Bandini, Rospigliosi, Cavallini, Della Somaglia, Tanlongo, Romolo Tittoni, Emesto Pacelli ed altri. La Società italiana per le condotte d’acqua, la Società anglo-romana per illuminazione a gas, la Società dei molini e magazzini generali di Roma, la Società romana tramways ed omnibus, la Società dell’acqua pia antica marcia: gran parte del loro capitale era sottoscritto dall’Obolo di San Pietro, attraverso o insieme al Banco di Roma. “Ci troviamo insomma in un periodo in cui la Capitale d’Italia, in cui sono accorsi od hanno stabilito i loro avamposti gli esponenti del grande capitalismo italiano, diventa il luogo di una connessione sempre più stretta ha questo e la finanza vaticana» . Il solido legame, stabilitosi tra questa e il mondo capitalistico italiano in questo momento, è destinato a non più spezzarsi. Tra le società che la stampa cattolica pubblicizzava, decantandone la solidità e fruttuosità, non ci sono più solo quelle dirette esclusivamente da cattolici, bensì anche altre, in cui evidentemente i capitali dell’ambiente cominciano ad inserirsi; ed una di queste è la Società generale immobiliare. Probabilmente, è questa una delle ragioni per cui si fece di tutto per salvarla, nonostante la grave crisi ed il fallimento. L’assemblea generale del 26 febbraio 1885 è l’ultima presieduta da Domenico Balduino ed è anche l’ultima che si svolge nelle sede di via Due Macelli. In quell’occasione, si dice come siano state permutate parte delle rendite consolidate in obbligazioni ecclesiastiche”. 

Il riferimento alla “nobiltà cosiddetta nera” è eloquente ed ha un inequivocabile valore di indicazione politica di restaurazione rispetto ai tumulti della Repubblica Romana del 1849 e alla successiva riduzione dei confini temporali dello Stato Pontificio. Per quanto ridotto al fazzoletto vaticano, lo Stato Pontificio continua dunque a seguire la scia del porporato, cioè delle cariche propriamente ecclesiastiche, e quella dei paramenti neri, cioè della nobiltà laica, un’aristocrazia feudale che, adesso che le Marche, l’Umbria, il Lazio e la Campania sono perduti, si trasformano tuttavia in proprietà immobiliari la cui titolarità, a dispetto della formale desuetudine dei titoli nobiliari, prosegue il suo corso secondo lo schema del diritto borghese di proprietà. La SO.GE.NE. non solo è uno strumento operativo, ma genera nuove opportunità di ingrandimento ed estensione del patrimonio dell’aristocrazia nera.Sempre all’interno del medesimo volume, nel suo articolo “Profilo storico dell’impresa”, Luciano Giannini scrive, con riferimento alla modalità e allo stile d’affari: “…come d’altronde era già avvenuto e come avverrà in seguito in numerosi altri casi determinati dalla volontà dei nobili romani che, unitamente ad Enti Ecclesiastici, possedevano buona parte dei terreni di naturale espansione urbana di monetizzare le loro proprietà. Inoltre, l’incarico affidato alla Società portò all’elaborazione di un piano esecutivo di buon respiro, considerati i canoni urbanistici all’epoca vigenti, in applicazione di una convenzione che già poneva a carico della Società onerosi e precisi obblighi (cessione gratuita delle aree destinate a strade; esecuzione di quelle di lottizzazione; obbligo di dare ampia larghezza a quelle pubbliche -via Veneto e Via Boncompagni – e di dotarle di alberature; edificazione subordinata al rilascio di singole licenze e quindi sottoposta al controllo dei relativi progetti).”Il quadro apologetico della Società è screziato dal passaggio seguente: “Questo periodo d’intenso frenetico lavoro fu interrotto dallo stato di insolvenza in cui cadde la Società per effetto della crisi edilizia apertasi negli anni ’90 del XIX secolo: crisi che non consentì ai costruttori di rimborsare i mutui ottenuti e conseguentemente alla Società di onorare le obbligazioni emesse. La Società, peraltro, uscì dal fallimento al termine dello stesso decennio (1899) a seguito di un concordato raggiunto con gli obbligazionisti e gli altri creditori e riprese gradualmente a operare ma con una diversa formula.”

Dati i punti di vista, si comprende meglio la posizione della politica romana degli assi più orientati al radicalismo del potere. Il 20 settembre 1870, con la presa di Roma da parte dell’esercito italiano, era stato imposto la fine del potere temporale in Italia. L’opportunità data dal fascismo per ripristinare gli antichi privilegi dell’aristocrazia dovette apparire una grande chance: si comprende così meglio il perché Alexander Torlonia decide di ospitare nella magnifica villa omonima Benito Mussolini: il punto di scambio è il consolidamento di quel blocco di potere e la convenzione finanziaria dei Patti Lateranensi, stipulati l’11 febbraio 1929 tra il Regno d’Italia e la Santa Sede e resi esecutivi in Italia con la Legge n. 810 del 27 maggio 1929, che decretò la nascita dello Stato della Città del Vaticano, autonomo e indipendente al pari del Regno d’Italia, e regolandone i futuri rapporti mediante tre distinti documenti, Trattato, Convenzione Finanziaria e Concordato (quest’ultimo sottoposto a revisione nel 1984). I Patti Lateranensi disciplinano tuttora i rapporti fra Stato Italiano e Santa Sede.I Patti Lateranensi furono sottoscritti dall’allora capo del Governo del Regno d’Italia, Benito Mussolini, e dal Cardinale Pietro Gasparri, in rappresentanza del Pontefice Pio XI. Le firme vennero apposte nel Palazzo di San Giovanni in Laterano,  l’11 febbraio 1929 nella ricorrenza del settantunesimo anniversario della prima apparizione di Nostra Signora di Lourdes, a conferma dell’apprezzamento della Santa Sede per la conclusione dell’accordo con colui che il Pontefice definì “l’uomo della Provvidenza”.

Il Trattato dispone l’affermazione del principio secondo cui “la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato” (art. 1), la nascita ed il riconoscimento dello Stato della Città del Vaticano, dotato di sovranità internazionale e di un proprio territorio, neutrale ed inviolabile, il riconoscimento della proprietà di immobili (basiliche, edifici, istituti pontifici) in favore della Santa Sede.   La Convenzione finanziaria riconobbe allo Stato Vaticano la liquidazione di presunti crediti maturati  verso l’Italia a seguito dell’emanazione delle cosiddette leggi eversive, prevedendo la corresponsione, da parte dell’Italia, della somma di 750 milioni di lire in contanti, oltre a un miliardo di lire in buoni del tesoro al 5%, a definitiva tacitazione dei reciproci rapporti finanziari conseguenti agli avvenimenti del 1870.  Anche nel Concordato, graziosamente annidate all’interno di altre disposizioni, la concessione di una serie di privilegi ed esoneri agli ecclesiastici. 

L’inserimento dei Patti in Costituzione non fu semplice. La maggior parte dei Costituenti era infatti contraria a recepire un “prodotto” di chiaro stampo fascista. Risulta persino divertente ricordare che fu Roberto Lucifero, liberale e monarchico, l’autore dell’omonimo emendamento cui si deve l’attuale formulazione dell’art. 7, secondo comma della Costituzione, che recita: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.”

Per completezza, la revisione dei Patti lateranensi del 1984, portata a compimento da Bettino Craxi, socialista, comportò l’abrogazione del principio secondo cui il cattolicesimo è religione di Stato: si afferma infatti la neutralità religiosa dello Stato italiano, cui corrisponde una maggiore autonomia organizzativa della Chiesa cattolica; il riconoscimento di personalità giuridica agli enti ecclesiastici con fini di religione e culto; l’affermazione del principio di parità tra laici e chierici, cui consegue l’abolizione di parte delle esenzioni e privilegi precedentemente riconosciuti agli enti ecclesiastici e l’introduzione del sistema dell’8×1000, in luogo del  supplemento di congrua.



Tornando all’argomento della presenza del vaticano nelle operazioni immobiliari italiane, è interessante riportarsi alla fine della II guerra mondiale, di cui Luciano Giannini nel richiamato articolo scrive: «…la Società decide anzitutto di uscire dagli ormai ristretti confini di Roma e di espandersi sull’intero Paese (con la creazione di undici uffici regionali) e poi anche all’estero e si attrezza a riprendere l’attività adottando un provvedimento che può apparire paradossale, ma che è invece emblematico della diversa filosofia imprenditoriale che intende seguire: e cioè, lo scorporo dell’attività di costruzione per conto proprio e di terzi.»

Dal manuale di Edoardo Salzano Fondamenti di urbanistica del 1998 troviamo un paragrafo all’interno del capitolo sesto che comincia con «le mani sulla città» e prosegue: «a Napoli l’amministrazione di Achille Lauro dall’avvio al massacro della città a Roma Milano a Genova Napoli a Catania detta legge la Società generale immobiliare».

La sede della Soprintendenza ai Beni culturali ambientali e paesaggistici è un monumento a questa cieca connivenza: un orribile palazzo di cemento armato, privo di qualsiasi eleganza architettonica, che si affaccia sulle voragini mai risolte dello sventramento.

Salzano prosegue richiamando Cederna: …uno dei più lucidi e attenti osservatori degli scempi (…) il giornalista e archeologo ma soprattutto urbanista Antonio Cederna: «Guardiamo Roma. I mille tentacoli di questa piovra agiscono indipendentemente da qualunque visione generale: sia che si costruisca a Monte Mario, sulla Trionfale, sulla Camilluccia, sulla Cassia, sulla Casilina, sulla Tuscolana, sull’Appia antica, sull’Ardeatina o sulla Cristoforo Colombo, l’Immobiliare non fai che stirare ciecamente Roma in tutti i punti cardinali e quindi realizzare trionfalmente l’espansione della città a macchia d’olio incrementando paurosamente rendendo cronica l’anarchia stabile il caos e il fallimento dell’ urbanistica romana. (…) L’immobiliare è frutto di disordine sociale e politico e in questo disordine si nutre e fortifica».

Salzano conclude: «Il disinteresse dell’opinione pubblica per le sorti della città e intanto alimentato dall’impostazione privatistica e individualistica che si dà agli interventi pubblici in materia di edilizia economica e popolare. Come affermavano allora i governanti, bisognava sostenere la proprietà privata a spese del denaro pubblico».

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