Maneskritik

Complimenti a chi trionfa è facile farli. E poi non va tolto l’incanto alle favole. Anche quando dovessimo scoprirne la vera realtà. (Qui c’è l’occasione di esprimere tuta la diffidenza per la nozione di verità). Fatte queste precisazioni preliminari, veniamo al tema. Un trionfo dopo l’altro, da Sanremo (?) all’Eurofestival e da lì a Las Vegas, gruppo spalla ad aprire il più grande evento pensabile nel presente per la musica rock: un concerto dei Rolling Stones (a prop: Charlie Watts non era immortale?)

Dato il contesto, è giusto ricordare: «Lo so, è solo rock’n’roll, ma mi piace». Oggi è questo il veicolo per le idee di massa. Il resto non è che cinema e serie televisive. I libri, dimenticali. A meno che non sia tu a volerne scrivere uno. Altrimenti, leggere è inutile. Ok, ancora non abbiamo detto niente dei Maneskin e già ci hanno offerto un quadro di critica della contemporaneità: dobbiamo quindi riconoscere loro un ulteriore merito.

Veniamo dunque al tema: da dove deriva il loro successo? e cosa significa? Partiamo da un dato oggettivo: hanno indovinato un riff. «Siamo fuori di testa ma diversi da loro». Funziona. S’imprime. Ma: che significa? Non importa, importa che suoni e che s’imprima. Ok. Malgrado questo, che significa? (perché le parole significano sempre, al di là della volontà).

Proviamo un’ermeneutica. Tutti sono fuori di testa, quindi anche loro. Loro chi? I politici, gli ecclesiastici, le persone “normali”: tutti sono fuori di testa. Ok, funziona. E «diversi da loro?» Forse, questi “noi” contrapposti a “loro” si ritengono diversi perché si vestono in modo differente.

Ma questo vestire diversamente è solo esteriore, è un puro vestire, non ha il crisma di rivolta sociale che avevano i capelli lunghi degli anni ’60. Se mai, è il glamour anni ’80 spinto alla transestetica della reiterazione di cui parla Baudrillard, un manierismo déjà vu senza vera novità, la ripetizione ultraquarantennale di Ziggy Stardust.

Se l’analisi è corretta lo dica il lettore. Il modo di presentarsi ed abbigliarsi appare una manifesta opzione di sostegno alla tesi. Per il resto, c’è la cover di un brano di Iggy pop. In attesa di altri trionfi, accontentiamoci. Quanto alla scelta transestetica, possiamo escludere che abbia un carattere di ribellione.

Il flusso di (in)conscio che opera qui è prossimo al conformismo subproletario promosso dal trio Achille Lauro-Orietta Berti-Fedez, trio “feticcio uno mamma-casalinga feticcio due” che manda un messaggio implicito (e quindi tanto più forte, perché lavora nel subconscio) a tutte le mamme di tutte le borgate e i quartieri d’Italia: «non ti preoccupare se tuo figlio ha le unghie smaltate o si è tatuato fino al collo: è la moda, sono comunque bravi ragazzi e ogni scarafone è bello a mammà».

Rassicurante e perfetto per il subproletariato. Con i Maneskin, bisogna ammettere, c’è una pretesa in più, che va oltre la transestetica dei coatti. Ma si tratta comunque di una linea mainstream e reazionaria, che crea un solco insanabile tra i presunti artisti e i ragazzi, esponendo gli adolescenti a fratture di classe sociale improponibili: perché per imitare gli artisti rischi e solo per un’estetica senza contenuto visibile, almeno per ora.

L’arte non dovrebbe essere un mestiere, quanto attività libera, pura manifestazione dello spirito, come avrebbe detto Kant. Kant che ti pass, si potrebbe dire. Allo zoo comunale, magari in cravatta. Questa critica non fa male agli artisti recensiti, che sono troppo distanti per accorgersene. E nemmeno a chi la legge, perché non contiene derivati dal petrolio. E neanche a chi non la condivide, perché non è un vaccino e neppure una dose. È solo (quel che dovrebbe essere) critica contemporanea.

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