Qualità della vita prometèica, anzi encèladea

Fonte: IlSole24Ore

Non è tanto che crediamo alle classifiche o che si voglia accogliere il significato dell’ultimo grido, se ne ha uno. Il ritratto che emerge è quello di una città “brutta, sporca e cattiva”, e dobbiamo far ricorso a tutte le nostre forze, letterarie e d’immaginazione, per ostinarci a dire, malgrado tutto, che questa città è bellissima e dannata, è la perla nera del sogno generato da un vulcano, con forza viscerale emerso alla superficie dagli abissi del mare e proteso verso il cielo.

Questa teologia prometeica (dovremmo dire, con maggior proprietà, encèladea*) non deve però fare da alibi, mascherare quel che è lo stato delle cose. Potremmo trovarne altri, di alibi, pescando non soltanto dal repertorio classico ma anche dalla letteratura del Novecento, pensando alla Chicago degli anni ’30 e al mito che la città americana ha proiettato delle origini siciliane dei suoi gangsters, confermandolo nell’immaginario collettivo attraverso l’iconografia de “Il padrino”.

Tutte questi fotogrammi valgono soltanto a giustificare l’ingiustificabilità di un sistema perdente, sospendendone la comprensione fino ad annegarla in un bicchiere di nero d’avola stordito tra gli zuccheri di una cassata, tra mito classico e barthesiani miti d’oggi.

La novità agghiacciante è il fuoco che ha aggredito, sin ora impunemente, il monumento più significativo della città, la Porta del Fortino, dove un rogo ha mandato letteralmente in fumo le aspettative di coesione sociale e di rigenerazione urbana non soltanto dell’associazione che ne ha ricevuto l’affidamento, non soltanto dei ragazzi che lì frequentavano laboratori d’arte, informazione e cultura, ma di tutta la città che assiste inerme a un processo di deterioramento dei rapporti sociali di cui questo episodio è sintomo terribile che non può essere trascurato.

La reazione istintiva indurrebbe a dire: “controllo e repressione”. Ma sarebbe un’analisi priva di sfondo perché, come già altre volte abbiamo sostenuto, il segnale è profondo e manifesta di non poter trovare soluzione stabile nel conflitto. Occorre un’azione di governance e di presenza istituzionale convergente. La forza delle istituzioni dev’essere avvertita sia nel senso del controllo e della sanzione con azioni di polizia e, se necessario, di presenza militare, ma anche di maggior visibilità dell’operato delle scuole, dei consultori, dei servizi di prevenzione e assistenza.

La condizione di debolezza economica dell’area, lo stato di dissesto dell’amministrazione comunale, le botteghe chiuse, la devianza diffusa nelle zone del quartiere, se non possono essere risolte, vanno almeno mitigate con una strategia di riduzione del danno, se non vogliamo continuare ad assistere all’affermazione di un linguaggio il cui tenore è ormai quello della delimitazione del territorio segnandolo con le urine, come fanno gli animali. Altrimenti, contribuiremo all’isolamento di quanti nel quartiere vogliono sottrarsi alla subcultura delinquenziale e prendere atto di un resa che rischia di divenire incondizionata.

*Encèladea, a.f. da Encelado, con il significato “di Encelado”, che è il nome del titano che Virgilio – e Dante con lui, proseguendo la tradizione – ricorda sepolto sotto il vulcano Etna. Con Prometeo, di cui fu alleato, Encelado tentò la scalata al cielo per ribellarsi al regno di Giove, da cui furono però sconfitti. Prometeo si narra sia ancora incatenato sulle cime del Caucaso, Encelado giace sepolto sotto l’Etna, dove di tempo in tempo fa sentire il suo boato e scintillare il suo fuoco.

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