L’insostenibile leggerezza dei programmi di governo

I programmi di quasi tutti i governi che si sono succeduti dal 1948 ad oggi sono stati una delusione e un lento e inesorabile declino rispetto al quadro dei diritti costituzionali elaborati alla fine della terribile guerra.

Per avvalorare questa considerazione, è sufficiente ricordare che la Costituzione del ’48 era stata concepita come un documento programmatico i cui contenuti avrebbero potuto essere realizzati nei decenni successivi.

Se leggiamo alcune disposizioni e poi pensiamo ai programmi di governo, recenti e meno recenti, troveremo che non solo questi non li hanno realizzati, ma addirittura ne hanno minato la possibilità di realizzazione in cambio di promesse tanto futili quanto insostenibili.

Il principale terreno di scontro è il lavoro, cioè il processo di emancipazione delle classi subalterne. L’art. 46 della Costituzione parla di “elevazione economica e sociale del lavoro” e di progressivo ingresso dei lavoratori nella “gestione delle aziende”: ciò significa guardare a interventi che avrebbero dovuto rendere i lavoratori capace di entrare nella proprietà delle aziende medesime, attraverso il rafforzamento della gestione cooperativa di cui fa esplicita menzione l’articolo che precede.

Cos’è successo invece? I lavoratori sono stati respinti sempre più in basso rispetto alla capacità di intervento nelle politiche di gestione delle aziende. Al contrario, è stata introdotta una legislazione sempre più aspramente intesa a innestare politiche “di ceto” e “di classe”, rompendo l’omogeneità delle categorie contrattuali (la “legge Biagi” è un macabro esempio, ma non l’unico).

L’introduzione di politiche aziendali protese a creare uno squilibrio remunerativo formidabile tra dirigenti e il resto del personale, l’aver favorito una legislazione sempre più volta a rafforzare il potere gerarchico dei dirigenti dietro la bandiera di produttività ed efficienza e sotto le diverse mistificazioni formative che chiamano “coordinamento e direzione” ciò che invece il quadro normativo sempre più dichiara essere un meccanismo orientato al trionfo di ansie punitive.

Tutto questo è diametralmente opposto alle previsioni dell’art. 3 “rimuovere gli ostacoli che impediscono libertà ed eguaglianza”, contenuto che avrebbe dovuto realizzarsi proprio attraverso la nobilitazione del “diritto al lavoro” (art. 4), alla “tutela del lavoro” (art. 35) e al diritto a una retribuzione adatta a garantire “un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36) e al compimento degli “inderogabili doveri di solidarietà economica e sociale” (art. 2).

I governi che si sono succeduti dal 1948 ad oggi non sono riusciti a far registrare progressi in direzione dei nobili principi enunciati dalla Costituzione e, anzi, hanno contribuito al deciso arretramento e regresso cui assistiamo inermi ai giorni nostri.

Possiamo chiederci perché ciò sia accaduto, ed il quadro si farà ancor più desolante: perché la Comunità Europea, poi trasformata in Unione Europea, è stato certamente un vettore fondamentale della pace tra gli Stati Europei, ma è anche vero che anche lì i grandi ideali dei fondatori del periodo costituente (basterà ricordare Schumann e Spinelli, cui sono dedicate le porte d’ingresso della sede di Bruxelles del Parlamento Europeo) sono stati lentamente erosi dagli interessi del capitale che hanno determinato le azioni dei governi nazionali ad assumere scelte liberiste, amiche dei grandi capitalisti e nemiche dei diritti dei lavoratori.

Il lavoro è dunque il grande tema del tradimento delle istituzioni: perché invece di tutelarlo, garantirlo, promuoverlo e renderlo strumento di emancipazione sociale, si è proceduto costantemente, governo dietro governo, ad eroderne la capacità contrattuale, i diritti conquistati. Il lavoro è stato sottoposto ad azioni continue di macelleria normativa, per comprimere i diritti dei lavoratori, metterli gli uni contro gli altri: pubblici contro privati, contratti a tempo indeterminato contro contratti a tempo determinato, giovani contro anziani, frammentando le categorie e le tipologie per ridurne la forza contrattuale, fino al recente uso strumentale dell’immigrazione per distruggere ogni prerogativa e livellare tutto alla condizione subumana di underclass, come Ralph Dahrendorf ha chiamato il disfacimento delle posizioni sociali che in precedenza costituivano il filtro tra upper class (o classe dirigente) e media e piccola borghesia che, nella contemporanea “società liquida” (secondo la definizione di Zygmunt Bauman), non esiste più.

Cosa possiamo fare?

Un buon punto di partenza è imprimere segni sulla città.

Re-tribalizzare il territorio.

Foto di Valeria Castrogiovanni

Per approfondimenti: “Dossier Beni Comuni

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